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30 marzo 2010

TUTTI I LIVIDI DELL'ECONOMIA E DELL'OCCUPAZIONE


di Pino Di Maula
http://www.terranews.it/

Dalle calze all’alluminio, dai televisori alla ceramica, dalle moto alle autovetture. I numeri della crisi industriale italiana sono drammatici, anche se il governo li occulta. Lo dicono, per esempio, gli operai della Fiat di Piedimonte San Germano e Cassino. «In assenza di un progetto-pianeta condiviso, non si possono escludere passaggi storici implosivi», avverte Giuseppe Vialetti, della Scuola superiore dell’economia e della finanza, a colloquio con Terra.

Un tempo facevano girare il Paese. Oggi fanno solo disperare. Non si contano le ciminiere innalzate, in mezzo secolo, a indicare presunto progresso e un certo benessere collettivo. Erano le fabbriche nate per la soddisfazione dei bisogni. Pur non concedendo mai nulla alle esigenze dei lavoratori, hanno comunque segnato la vita degli italiani, dando una qualche identità (solo) a chi ci lavorava (negandola agli altri, specie se immigrati). Erano gli anni dell’usa e getta che tutti identificavano nella lametta da barba senza immaginare che nel cestino finisse l’intero Paese. Le fabbriche, si diceva, portano sviluppo. Poco importava (anche al sindacato) se, così facendo, si inquinavano sia la cultura politica che il suolo, l’acqua e l’aria. Quegli stabilimenti rappresentavano, in pratica, l’espressione massima, la più evidente, di un’economia che prometteva la felicità, producendo e distruggendo. Tutto. Dalle calze all’alluminio, dai televisori alla ceramica, dalle moto alle autovetture.

Ora di quell’economia non c’è più niente. L’industria si è fermata. Al suo posto, l’angoscia delle persone. Un’angoscia troppo grande per entrare nei container di “finto tutto” provenienti dalla Cina. Per capire cosa è successo nell’Italia del lavoro basta allungare lo sguardo a Faenza. Lì, la Omsa (Gruppo Golden Lady), con 340 dipendenti di cui 320 donne, chiude lo stabilimento per trasferire le macchine in Serbia. Ma così fan tutti. Ormai proprio tutti: Fiat, Merloni, Mariella Burani, Vinylis, Videocon Anagni, Eurallumina, Alcoa, Italtel, Finmeccanica, Fincantieri, Yamaha, Nokia e mille altri. Marchi prestigiosi pronunciabili, ormai, soltanto per declinare la parola crisi. Crisi “epocale” secondo i sindacalisti. Espressione che per chi vive nella provincia di Frosinone si traduce in dramma sociale. E se per tutti «non è ancora finita», con altri 200mila posti di lavoro a rischio nel 2010, a Cassino siamo vicini alla disperazione collettiva.

Davanti ai cancelli

Alla Fiat di Piedimonte San Germano, provincia di Frosinone, non rispettano certo il politically correct e, ascoltati davanti ai cancelli della fabbrica, non si fanno scrupoli a puntare il dito anche contro «i compagni, sicari dell’economia». Parlano di persone “sveglie” che coltivano in modo strumentale e ambiguo le amicizie giuste con istituzioni e privati per «far carriera e sistemare consorte e amante». È una tempesta di accuse gravi: «Sanno solo mettere insieme un sacco di belle parole che ripetono senza conoscere il significato». State dicendo che i politici non vedono il disagio che state vivendo? «Non vedono perché non vogliono vedere, altrimenti vedrebbero quanto sono vigliacchi». Manager, politici e sindacati, tutte loro le responsabilità? «Vedi caro giornalista, le nostre mani sono sporche sì, ma solo di grasso». Ma i padroni restano padroni? «Certo - spiegano con più calma, mentre lasciano lo stabilimento - loro fanno solo i loro interessi. Anche col vecchio trucco dividi et impera, sta a noi non cascarci. È vero».

Il riferimento questa volta è a Uil e Cisl che chiudono i contratti separatamente. «I padroni - ripetono stanchi mentre raggiungono la macchina - restano padroni anche quando si mascherano, come Sergio Marchionne, da illuminati benefattori». Quindi? «Quindi accettano solo scudieri e pecorelle in azienda». La rabbia è per le ultime indiscrezioni sui tagli, ma ce n’è per tutti: dalla stampa asservita alla finanza contaminata dalla politica, e viceversa. Non risparmiano, infine, neanche i sindacati, che si sarebbero «sostituiti agli uffici di collocamento». Intanto la gente salta le rate del mutuo e, per paura di perdere casa, accetta qualsiasi condizione di lavoro. Situazione drammatica, denunciata anche dalla Fiom provinciale che così fotografa lo stato delle aziende in crisi: da gennaio a novembre del 2009 sono state autorizzate 11.291.565 di ore di Cigo (letteralmente “Cassa integrazione guadagni ordinaria”), a fronte delle 2.678.608 dello stesso periodo del 2008, con un aumento del 421,54 per cento. Dato ancora più sconcertante, se si pensa che negli ultimi quattro mesi ne sono state autorizzate oltre 5 milioni. In Italia, Frosinone è in pratica la prima provincia in termini percentuali per numero di addetti, triste primato, ad aver utilizzato più ore di ammortizzatori sociali.

Se poi spostiamo l’attenzione su Cassino, ecco cosa emerge: oltre 6.000.000 di ore di Cigo nei primi 9 mesi a fronte di circa 500.000 nello stesso periodo del 2008. I settori più colpiti in ore sono il metalmeccanico con circa 5.000.000, l’edilizia con 150.000, i trasporti con 270.000 e il cartaio con 160.000. Il monte salari delle famiglie che, ormai, vivono da mesi quasi esclusivamente della cassa integrazione, ha avuto una decurtazione di circa 30 milioni di euro, circa 4.000 euro a famiglia. «Questo scenario è solo l’inizio - avverte Benedetto Truppa della Cgil - e non vogliamo essere catastrofisti se prefiguriamo l’evolversi di un dramma economico che tra qualche mese diventerà una vera e propria emergenza sociale». C’è da credergli e, soprattutto, da sperare in un nuovo sviluppo. Uguale e diverso dagli anni Cinquanta. Diverso per qualità ma simile nella quantità. All’epoca, infatti, i propellenti della crescita furono le fonti di energia come metano e petrolio, oggi speriamo in altre fonti. Possibilmente, più ecologiche e umanamente sostenibili.

All’epoca - spiegano economisti esperti come Giuseppe Vialetti, della Scuola superiore dell’economia e della finanza - ci fu «l’affiancamento alle grandi imprese di una enorme moltitudine di piccole imprese, in cui resistono in qualche modo le attitudini alla visione d’insieme dei problemi produttivi e all’informalità delle procedure, proprie della civiltà contadina e artigiana; l’inserimento in molteplici nicchie produttive, con successi legati anche alla capacità di soddisfare con modalità meno standardizzate alcuni bisogni di base delle persone (specie nei campi dell’alimentazione, dell’abbigliamento, dei prodotti per la casa, e anche dei trasporti)». L’attitudine al risparmio, spiega in pratica il noto fiscalista, nonostante i bassi redditi medi, «in parte ha fornito le risorse finanziarie necessarie alla crescita della base produttiva e in parte ha contenuto per lungo tempo gli effetti negativi del debito pubblico». Con quale risultato? «Nell’insieme si sono potuti raggiungere livelli di occupazione elevati e un accettabile soddisfacimento dei bisogni per gran parte della popolazione, nonostante i molti gravi squilibri (arretratezza del Sud, poco lavoro femminile, falle nel sistema fiscale, gigantismo del sistema pensionistico)». Ma dal 2008 è cambiato tutto, in peggio? «Sì, l’eccessiva dipendenza dal petrolio e dal metano, in presenza di una forte intensificazione mondiale della domanda e con l’avvicinarsi della fase di esaurimento di tali risorse, espone l’economia italiana a rovinose fiammate inflazionistiche semmai la produzione mondiale tornasse a espandersi in maniera sostenuta».


C’è poi la questione mercati. «Chiaro - chiosa Vialetti - quasi tutti i settori di nicchia sono stati attaccati dalla concorrenza di imprese con sede nei Paesi emergenti, soprattutto in Cina, che possono contare su bassissimi costi del lavoro. L’intreccio tra risparmio privato e debito pubblico, di valenza positiva quando il debito è basso, diventa pericoloso quando il debito è alto ed è associato a oneri che possono esplodere». Quali le uscite d’emergenza: l’alta tecnologia, l’aumento dell’età di pensionamento? «Sono strade in astratto, corrette ma non praticabili. I settori ad alta tecnologia tendono ad assumere configurazioni che rendono estremamente difficile l’entrata di nuovi concorrenti. D’altro canto l’aumento dell’età di pensionamento ha bisogno di un contesto di forte sviluppo, altrimenti crea ulteriori ostacoli all’inserimento dei giovani».

L’immigrazione offre importanti opportunità per rivitalizzare il modello economico italiano? «È già effettivo l’apporto alla tenuta del sistema previdenziale: sia in maniera diretta, tramite l’incremento dei contributi versati dai lavoratori immigrati, sia in maniera indiretta, tramite i maggiori contributi dell’occupazione femminile che viene favorita. Nel medio termine sono però possibili altri contributi positivi. La moderazione salariale e l’impegno sul lavoro, favoriti dai nuovi contesti occupazionali, possono ridare slancio alle esportazioni e contenere le importazioni provenienti dai Paesi dove le retribuzioni sono di mera sussistenza», è l’opinione di Vialetti. Parole e modi garbati quelli dell’economista e pur tuttavia suonano ancor più gravi delle esternazioni operaie ai cancelli della Fiat.

Piccole e medie aziende

Torna in mente un vecchio slogan: “Lavorare meno, lavorare tutti”. E poi di nuovo l’idea che nell’aria ce ne è per fare un ’68. Un vero ’68, tale da stravolgere seriamente il sistema Paese. Con nuovi valori. «Soprattutto, le contaminazioni, quando sono reali - precisa Vialetti - prima o poi producono slanci di innovazione, che possono essere recepiti più facilmente in contesti flessibili come quelli operativi delle piccole e medie imprese, contribuendo anche alla loro crescita dimensionale». Se il cambiamento investisse anche le modalità di soddisfazione dei bisogni di base? Ad esempio l’abitare e i suoi comfort, l’alimentarsi, il vestirsi. In pratica, la tradizionale roccaforte delle produzioni italiane. «I benefici sarebbero ampi e duraturi, e potrebbero riguardare positivamente altri settori importanti, come il turismo».

Vitaletti torna quindi a spiegare i processi in atto che puntano a disintegrare i due pilastri su cui si è retto nei secoli lo sviluppo economico a matrice Nord-occidentale: «Il primo pilastro, spiega, è costituito dall’uso delle risorse scarse dell’intero pianeta, in particolare di quelle minerarie energetiche, a beneficio di una parte minoritaria della popolazione mondiale. Il secondo è costituito dall’equilibrio tra le due grandezze che si devono tendenzialmente pareggiare per evitare il caos produttivo: i risparmi e gli investimenti. Obiettivo che è stato ottenuto con difficoltà (si pensi alla grande crisi del 1929) e comunque usando strumenti sempre più sofisticati: le politiche di tutela del lavoro e del salario; le politiche di welfare; il debito pubblico; le regolazioni monetarie».

L’irrompere dei nuovi grandi Paesi a sviluppo intensivo, di cui la Cina rappresenta l’esempio macroscopico, scardina entrambi i pilastri? «Sì, il primo perché ovviamente essi concorrono alla spartizione delle risorse minerarie scarse; il secondo perché il bilanciamento mondiale tra risparmio e investimenti si rompe sul fronte del risparmio, che cresce per la massiccia alimentazione da parte dei profitti delle imprese dei Paesi emergenti (eccessivi in quanto basati sui bassi salari) e da parte delle rendite minerarie».

L’immigrazione produce grosso modo gli stessi risultati? Replica Vialetti: «Sì, ma con modalità diverse. L’alimentazione della domanda energetica avviene soprattutto per effetto del contributo degli immigrati alla tenuta dell’economia occidentale. L’alimentazione del risparmio avviene soprattutto come effetto della crescita dei profitti, causata dal contenimento delle retribuzioni operaie e impiegatizie, su cui l’immigrazione agisce in maniera additiva rispetto a fattori potenti già in atto (progressivo predominio degli oligopoli; emarginazione delle attività non trainate dalla pubblicità; ampliamento delle royalties da brevetti)».

Al di là delle cause contingenti che l’hanno innescata, si può ipotizzare che la crisi in atto costituisca la prima manifestazione di questi squilibri? «La verifica si avrà nel prossimo futuro: se gli squilibri persistono, la loro natura dovrà considerarsi strutturale e non occasionale. Gli scenari preconizzati da Marx per la fase terminale del capitalismo (mondializzazione delle interconnessioni, con impoverimento delle masse e forte arricchimento di pochi) potrebbero allora diventare realistici», è l’opinione del nostro interlocutore. In mezzo c’è stato però il crollo delle economie socialiste senza mercato, la cui organizzazione non può dunque essere assunta come punto di riferimento. «D’altro canto - è la conclusione di Vialetti - l’immigrazione e lo sviluppo delle nuove potenze economiche impediscono il ritorno agli equilibri passati (dominio mondiale degli Stati-nazione occidentali). In assenza di un progetto-pianeta largamente condiviso, non si possono escludere passaggi storici implosivi».

AZIENDE IN CRISI E POSTI DI LAVORO A RISCHIO

Fiat auto: annunciata chiusura di Termini Imprese. 1.500 lavoratori coinvolti più l’indotto.
Antonio Merloni: elettrodomestici. 3.000 lavoratori coinvolti nella crisi.
It holding: abbigliamento, in amministrazione controllata. 1.700 lavoratori, di cui 800 a Isernia. 
Mariella Burani: abbigliamento, in liquidazione. 2.200 lavoratori.
Vinylis: ciclo del cloro, 150 lavoratori in Cigs, impianti fermi nei tre siti: Porto Torres, Marghera e Ravenna. 470 lavoratori coinvolti.
Videocon Anagni: televisori. Cassa integrazione a zero ore per 1.300 lavoratori.
Eurallumina: produzione materia prima di allumina. 1.000 lavoratori in cassa integrazione a zero ore.
Basell (ex Montedison): propilene, la multinazionale americana ha comunicato la chiusura dello stabilimento di Terni: 140 lavoratori. Tra indiretti e indotto, sono coinvolti altri 800 lavoratori.
Glaxo: Verona, la multinazionale ha annunciato la chiusura del centro ricerche di neuropsichiatria. Il centro occupa 550 ricercatori più 200 addetti ai servizi.
Merck Sharpe & Dohme: Pomezia, a luglio chiude i battenti e per i 150 dipendenti della Irbm scatterà la cassa integrazione.
Pfizer: Nerviano, farmaceutica. Nel 2008 vende all’islandese Actavis Group. 340 dipendenti in organico continuano a lavorare a rotazione nello stabilimento alle dipendenze della nuova società.
Ex Eutelia (Agile): servizi informatici, metà dei dipendenti rischiano il licenziamento su un totale di 8.500.
Alcoa: la multinazionale americana di alluminio annuncia la chiusura a novembre. Accordo per la continuità produttiva fino ad agosto 2010. La vertenza coinvolge 1.500 lavoratori più l’indotto.
Italtel: annunciato un piano di ridimensionamento delle attività nelle sedi di Milano, Roma e Palermo. 850 esuberi.
Finmeccanica: 1.500 lavoratori a rischio cassa integrazione nel comparto dell’aeronautica, in alcuni settori della difesa e nello spazio.
Fincantieri: i lavoratori in cassa integrazione sono attualmente circa 700, saliranno a 1.200 a metà anno per arrivare a 1.600 a fine 2010.
Yamaha: Brianza, annuncia di trasferirsi in Spagna. 66 dipendenti che dovevano essere licenziati hanno ottenuto la cassa integrazione.
Nokia: Cinisello Balsamo e Cassina De Pecchi, annunciato trasferimento a Dallas. 350 dipendenti in cassa integrazione a zero ore a rotazione per tre mesi.
Alcatel: Battipaglia, 400 lavoratori a rischio.
Eridania-Sadam: previste procedure di messa in mobilità per i 330 dipendenti.
Omsa (gruppo Golden lady): collant, 340 dipendenti di cui 320 donne, decisa la chiusura dello stabilimento di Faenza per trasferire le macchine nello stabilimento in Serbia.

MAL DI PANCIA ANCHE NEL TERZIARIO
Phonemedia: raggruppamento di 12 call center di proprietà del gruppo Omega. I posti di lavoro a rischio sono circa 6.000 a livello nazionale nelle regioni Piemonte, Lombardia, Toscana, Emilia Romagna, Puglia, Calabria e Sicilia. Sono in corso azioni legali presso il Tribunale di Novara per il commissariamento straordinario (legge Prodi).
Omnia: 2.300 posti di lavoro a rischio a livello nazionale.
4You: 250 posti di lavoro a rischio a Palermo e Catania.
Indotto Enel: 200 posti di lavoro a rischio a Catania.
Comdata: 100 impiegati in cassa integrazione straordinaria in Piemonte.
Eutelia: 300 posti a rischio con ricorso alla cassa integrazione a Roma e ad Arezzo.
Accenture/Tess: 85 licenziamenti nell’azienda ceduta da Telecom Italia che fornisce il servizio di buste paga per il gruppo.
Hp Dcs: cessione di ramo di Telecom Italia (Desk top management) con cassa integrazione per 110 dipendenti.
Bt: cassa integrazione straordinaria per 120 dipendenti.
Telecom Italia: al piano di uscite volontarie in mobilità per 5.000 dipendenti concordato con i sindacati vanno aggiunte altre 4.000 riduzioni annunciate unilateralmente dall’azienda. Circa 1.300 sono i dipendenti in contratto di solidarietà nel settore delle directory. Ulteriori riorganizzazioni sono state annunciate nel settore dell’informatica, delle aree di staff e del customer care.
Appalti postali: Defendini, 220 posti di lavoro a rischio a Napoli e in Piemonte.
Trasporti. Gioia Tauro: 400 unità in cassa integrazione straordinaria. Taranto: 220 unità in cassa integrazione straordinaria. Compagnie portuali: 3.500 sospensioni a livello nazionale. Cooperative di facchinaggio: nell’indotto dei grandi operatori di logistica (Tnt, Dhl, Bartolini, Sda) a livello nazionale si registra una riduzione di addetti per 7.000 soci lavoratori.
Turismo: due aziende coinvolte nella crisi. 1.928 lavoratori in cassa integrazione, contratti di solidarietà, mobilità e trattative in corso.

FIAT, UN PIANO DI LACRIME E SANGUE

la Repubblica vede nero il futuro Fiat. Per il giornale diretto da Ezio Mauro, il piano industriale che l’amministratore delegato Sergio Marchionne presenterà il 12 aprile prevede lacrime e sangue. Il quotidiano, indiscrezioni alla mano, prevede una riduzione dei modelli di auto da 12 a 8, tagli di 5.000 posti di lavoro (tra cui 1.500 a Termini Imerese e 2.000-2.500 a Mirafiori) e un incremento del 50% della produzione italiana, da 600.000 a 900.000 auto, grazie soprattutto all’arrivo di Panda a Pomigliano. Invece saranno sette i modelli con marchio Fiat, Alfa e Lancia realizzati negli Usa, prodotti in oltre 350.000 unita complessive all’anno. l’Unità guarda invece al futuro di Pomigliano, rivelando che nonostante l’arrivo di Panda lo stabilimento potrebbe perdere quasi mille dei 5.160 dipendenti attuali. Inoltre, la Repubblica scrive che sono iniziate le manovre per lo spin off, che potrebbe avvenire la prossima estate, e alla guida dell’auto dovrebbe essere posto Marchionne, attuale amministratore delegato del gruppo.

L’ISTAT: PERSI 380MILA OCCUPATI

L’economia italiana ha bruciato, nel 2009, 380mila posti di lavoro con un tasso di disoccupazione schizzato al 7,8%. La fotografia sul lavoro perso dal governo Berlusconi è dell’Istat, che ha diffuso i dati sul mercato del lavoro nell’ultimo trimestre dell’anno appena trascorso.

«Alla flessione robusta dell’occupazione maschile (-2%, pari a -274mila unità in confronto alla media 2008), si associa quella meno accentuata, ma comunque rilevante, dell’occupazione femminile (-1,1%, pari a -105mila unità)», sottolinea l’Istat.
A livello territoriale, la discesa dell’occupazione resta contenuta allo 0,5 nel centro ma raggiunge l’1,3 nel Nord e il 3 nel Mezzogiorno. Si conferma inoltre elevato il numero di inattivi, che in media annua sale del 2,3 per cento e porta il totale a 14,8 milioni. Il tasso di disoccupazione aumenta di 0,6 punti percentuali arrivando al 37,6 per cento. Il tasso di disoccupazione degli ultimi tre mesi del 2009, espresso in termini destagionalizzati, aumenta però all’8,6 per cento, 1,5 in più rispetto al terzo trimestre dello scorso anno.

PROPOSTE VERDI SUI TRASPORTI

La soluzione per frenare la crisi del settore auto esiste. I Verdi chiedono da anni di produrre mezzi utili, riducendo l’inquinamento e aumentando il trasporto pubblico. Il problema semmai è politico. Perché per farlo serve una scelta coraggiosa del governo. «Basterebbe riconvertire le fabbriche di auto a impianti per la produzione di tram e autobus ecologici e prevedere un piano nazionale per il trasporto pubblico da otto miliardi di euro», spiega il presidente dei Verdi Angelo Bonelli. Che poi aggiunge: «Potrebbe essere la soluzione per salvare posti di lavoro oggi a rischio. I fondi ci sono, potrebbero essere quelli del Ponte sullo Stretto di Messina, un’opera inutile e costosa». In questo modo in stabilimenti come Pomigliano d’Arco e Termini Imerese si potrebbero salvare i posti di lavoro. Oppure evitare la cassa integrazione, che dal 20 al 26 maggio fermerà tutte le produzioni di Mirafiori, uno stabilimento da 5.200 dipendenti. Sostituendo anche solo il 40 per cento del parco più inquinante con bus elettrici, sarebbero ben 7.500 quelli da cambiare, rilanciando il settore. Anche solo mille nuovi bus elettrici l’anno garantirebbero in tutta la filiera dai 750 agli 850 dipendenti. Nelle città verrebbe così aggredito una volta per tutte lo smog, migliorando la qualità della vita dei cittadini.

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