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6 marzo 2010

L'AFFARISMO HA SEMPRE A DISPOSIZIONE L'ALIBI DI STALIN



Il 24 febbraio ultimo scorso la Commissione Finanze della Camera ha eliminato la norma che fissava un tetto agli stipendi dei manager, già approvata al Senato su proposta di un parlamentare dell’Italia dei Valori. Il ministro Tremonti - colto evidentemente in una giornata in cui non vestiva i panni del “no global” - aveva anticipato a suo tempo che la norma sarebbe stata eliminata, in quanto, secondo lui, avrebbe costituito un’indebita intromissione nelle regole del “mercato”. In realtà gli stipendi dei manager non vengono fissati dal mercato - ammesso che una cosa inesistente come il “mercato” possa fissare qualcosa -, bensì dagli stessi manager che ne beneficiano; perciò stabilire un limite a questi autobenefici avrebbe costituito una norma di semplice buon senso.
Al contrario, la norma che fissava il tetto è stata abolita con un voto unanime dalla Commissione, e persino l’Italia dei Valori si è data assente per favorire questa abolizione. Il Partito Democratico ha giustificato il suo voto appellandosi ad una non meglio precisata direttiva europea, mentre il presidente della Commissione, il berlusconiano Soglia, ha addirittura definito “stalinista” l’idea di fissare un tetto ai privilegi dei manager. Insomma, ogni tentativo di limitare i privilegi porta con sé lo spettro del gulag, e solo i demoni dell’ideologia possono pensare di turbare, con conseguenze nefaste, i delicati equilibri della natura, di cui il “mercato” sarebbe espressione. Con questo pretesto, privilegiati e affaristi possono permettersi di esibire una sorta di onorificenza di vittima di Stalin ad honorem.
Questo schema propagandistico così rozzo ed elementare deve il suo successo al fatto che dal 1956 - dal XX Congresso del Partito Comunista Sovietico -, la sinistra ha fatto proprio l’antistalinismo della propaganda occidentalista. Ovviamente non si tratta di un antistalinismo basato sullo Stalin vero, quello storico, che, ad esempio, nel 1936 sacrificava la lealtà nei confronti del proletariato spagnolo ai contratti che aveva con Mussolini (nel 1936 l’Italia fascista era il principale partner commerciale dell'Unione Sovietica); tanto meno si parla dello Stalin che nel 1948 sacrificava il popolo palestinese agli accordi commerciali della Russia con la British Petroleum, il grande protettore dello Stato d’Israele.

Tutti questi Stalin non interessano la propaganda ufficiale, mentre fa molto gioco riferirsi allo Stalin del Gulag, le cui cifre, gonfiate attraverso stime arbitrarie, a tutt’oggi però non riescono ancora ad eguagliare le dimensioni del gulag statunitense, nel quale, almeno dagli anni ’20 una popolazione carceraria, in media di due milioni di detenuti, risulta ufficialmente utilizzata per lavoro schiavistico. Risulta strano poi che il Solzenicyn anticomunista di "Arcipelago Gulag" fosse santificato e pubblicato/distribuito dalla solita Mondadori, mentre il Solzenicyn antisemita di "Due Secoli Insieme" venga ignorato dai media ufficiali e debba accontentarsi delle edizioni della fascista "Controcorrente". Eppure nel pensiero di Solzenicyn il nesso tra anticomunismo ed antisemitismo era sempre stato evidente.

Anche la questione del culto della personalità instaurato da Stalin risulta pretestuosa se paragonata a quanto avveniva ovunque negli anni '30. Il culto della personalità di Roosevelt negli USA non fu da meno, e basta la visione dei film hollywoodiani dell'epoca per rendersi conto che il presidente degli Stati Uniti era oggetto di una divinizzazione mediatica. Roosevelt fu anche responsabile dell'internamento in campi di concentramento di milioni di cittadini giapponesi immigrati, che vennero sequestrati persino in America Latina. Molti di quei giapponesi morirono di stenti e malattie, e si può facilmente immaginare cosa sarebbe successo di tutti loro se le sorti della seconda guerra mondiale avessero preso una piega tale da mettere in forse gli approvvigionamenti alimentari negli Stati Uniti. L'universo concentrazionario, il terrorismo di Stato e il culto della personalità fecero parte del "normale" standard internazionale degli anni '30 (e, in gran parte, anche dello standard attuale); e ciò dovrebbe mettere in guardia sia contro il mito negativo di Stalin, sia contro la tentazione di trasformare nuovamente Stalin in un'icona dell'antagonismo.

La propaganda della destra ha però vita facile, poiché da mezzo secolo è la sinistra a farsi carico di costruire un mito negativo di Stalin funzionale agli interessi dell’affarismo dominante. Un anno prima del XX Congresso del PCUS, nel 1955, la CIA finanziava la produzione di un cartone animato britannico, basato sul testo de “La Fattoria degli Animali”, dello scrittore inglese George Orwell, a sua volta collaboratore dei servizi segreti britannici. La mistificazione di Orwell consisteva nel presentare la rivoluzione russa come una sorta di esperimento sociale chiuso in se stesso, mettendo da parte la storia delle aggressioni colonialistiche subite dalla Russia dal 1917 in poi, da parte di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. L'efficacia di questo tipo di propaganda può essere misurata dall'effetto che ebbe sulla stessa Russia.

Alla morte di Stalin, in Russia non vi era infatti la consapevolezza di essere sotto un’aggressione coloniale, per cui un Kruscev poté pensare di ingraziarsi gli “Occidentali” semplicemente adottando la loro propaganda. Ma si sarebbe risvegliato dal sogno molto presto. Una volta disilluso della possibilità di trovare un accomodamento con l'insaziabile aggressività coloniale statunitense, Kruscev dimostrò poi una maggiore sensibilità rispetto a Stalin verso la questione della lotta anticoloniale dei popoli oppressi; ma si trattò di una sensibilità estemporanea, priva di approfondimento strategico.
Nel racconto di Orwell, il padrone umano della Fattoria degli Animali risultava liquidato una volta per tutte, mentre nella storia reale dell'Unione Sovietica la British Petroleum ha sempre continuato a svolgere un ruolo, e la storia successiva ha dimostrato che la multinazionale del petrolio non aveva mai perso gli agganci interni. Durante il regime di Boris Eltsin la multinazionale BP poté fare il suo rientro trionfale in Russia: le cosiddette "riforme economiche" provocarono un aumento verticale della mortalità nei Paesi dell'ex "socialismo reale", perciò alla fine le vittime di Eltsin sono state molte più di quelle di Stalin. 

Eltsin non esitò a bombardare il proprio parlamento quando questo volle opporsi alla colonizzazione della Russia, ma nel sedicente Occidente l'apertura o chiusura del rubinetto dell'indignazione viene operata esclusivamente in funzione degli interessi affaristici delle multinazionali. In un dibattito televisivo, Marco Rizzo fece riferimento alle statistiche sul brusco incremento della mortalità provocato dalle "riforme di Eltsin, ma fu rimbeccato da Margherita Boniver - ex craxiana ed oggi berlusconiana -, la quale gli obiettò sbrigativamente che i due milioni di morti di Eltsin sono bazzecole se paragonati ai trenta milioni ammazzati da Stalin. Il bello è che Marco Rizzo si tenne quella replica, senza contestare che quella cifra di trenta milioni non ha alcun riscontro storico. Il fatto è che lo stalinismo costituisce ormai una categoria mitica dell'orrore, in cui tutto diventa credibile e non c'è mai bisogno di portare prove.

Il successore di Eltsin, Vladimir Putin, è riuscito in seguito ad estromettere la multinazionale BP dalla Russia, cosa che ha procurato a Putin la consueta criminalizzazione da parte dei media del sedicente Occidente. Che Putin sia un criminale è probabile, ma i media "occidentali" se ne sono accorti non dopo la strage di Beslan, bensì solo quando sono stati toccati gli interessi della BP; e i capi d'accusa non riguardano i crimini veri di Beslan, ma accuse immaginarie come quella dell'assassinio della giornalista Politkovskaja, o ancora più improbabili omicidi al polonio radioattivo. Il problema è che il caso di Beslan assomiglia troppo a quello delle Torri Gemelle, perciò è meglio per i media sorvolare.

La propaganda attuale sulla violazione dei diritti umani in Russia fa quindi parte di una secolare psico-guerra coloniale contro la stessa Russia, di cui solo oggi si comincia a diventare consapevoli. La propaganda colonialistica si fonda appunto sulla rimozione del colonialismo stesso, che viene sostituito dai fantasmi di astratti modelli sociali in lotta tra loro. Nell'epoca del presunto tramonto delle ideologie, tutti gli eventi vengono invece letti dalla propaganda ufficiale in termini di scontro di ideologie, soprattutto quando sono gli affari i veri soggetti in campo.
Rimossa la questione storica dell’aggressione colonialistica del sedicente Occidente verso la Russia, e rimossa anche la questione delle guerre civili fomentate in Russia dal colonialismo, anche alla propaganda di Orwell era risultato agevole presentare Stalin e i bolscevichi ora come dei paranoici ossessionati dalle proprie utopie, ora come traditori votati ai propri privilegi personali.

Negli anni ’70 la RAI mandò in onda varie volte il cartone animato “La Fattoria degli Animali”; e in occasione di una di queste messe in onda, nel 1977, avvenne un episodio curioso ed istruttivo. Un lettore del quotidiano “Il Giornale” - allora ancora diretto dal suo fondatore, Indro Montanelli - spedì una lettera indignata al suo direttore, lamentandosi che la RAI avesse trasmesso un cartone animato di propaganda comunista che alimentava l’odio verso i “datori di lavoro”. Il lettore de “Il Giornale” aveva quindi confuso la propaganda della CIA contro i bolscevichi come se si trattasse di un attacco ai padroni. Montanelli però si guardò bene dal chiarire l’equivoco, poiché rientrava perfettamente nella mistificazione dominante: i presunti comunisti si fanno carico di diffondere la propaganda anticomunista, mentre gli anticomunisti possono recitare la parte delle vittime accerchiate dall’invadenza di una presunta propaganda di sinistra.

Fonte:  http://www.comidad.org/dblog/

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