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13 marzo 2010

DIRITTI UMANI PRET A PORTER


di Alessia Lai

Giovedì il dipartimento di Stato Usa ha snocciolato il consueto papello d’accusa contro i regimi nemici. La scusa: il rispetto dei diritti umani. Come ogni anno Washington ha stilato il rapporto nel quale stavolta viene messo in evidenza che, tra i 194 paesi analizzati, la Cina e l’Iran detengono il record di abusi nei confronti dei diritti dell’uomo. Ma il dito a stelle e strisce viene puntato anche su Cuba e Venezuela in America Latina. Sulla Corea del Nord, la Russia, e contro il Sudan, il Congo e la Nigeria in Africa.
In pratica gli stessi Paesi già messi all’indice nel 2009 e che, a ben vedere, disegnano la mappa strategica dei nemici statunitensi: tutti Paesi ricchi di risorse negate agli Usa da governi poco accondiscendenti o nazioni rivali per il loro ruolo geopolitico.Il nemico attuale della Casa Bianca, l’Iran, è al vertice degli Stati che non s’impegnano a rispettare i diritti inalienabili dell’uomo. Nella Cina che detiene gran parte del debito estero statunitense “La detenzione ed il perseguimento degli attivisti dei diritti umani aumentano e gli avvocati che si battono per gli interessi pubblici si trovano a dover fronteggiare molestie, radiazioni e ostacoli”, si legge sul rapporto. A Cuba si verificano “numerosi e gravi abusi”. In Venezuela, invece, la “politicizzazione del sistema giudiziario, le molestie e le intimidazioni nei confronti dei politici dell’opposizione e dei giornalisti aumentano ogni anno”. A Mosca viene contestata una politica di repressione nel Nord Caucaso per mezzo di “omicidi, torture, abusi, violenze, rapimenti a sfondo politico, altri atti brutali e trattamenti umilianti”. Non è casuale che si parli di una zona nella quale si trovano Abkhazia e Ossezia del nord, le due repubbliche separatiste filo-russe che l’amica (di Washington chiaramente) Georgia considera parte del proprio territorio.

La situazione, almeno secondo i controllori statunitensi, sembra migliorare nello Sri Lanka, dove pare che le violazioni dei diritti umani siano cessate con la sconfitta delle Tigri del Tamil. Poco conta se il presidente Rajapaksa è di fatto un dittatore e se la popolazione tamil continua ad essere rinchiusa in veri e propri campi di concentramento. Anzi, nei “campi benessere”, come li chiama Colombo. Forse alla Casa Bianca pensano si tratti della versione cingalese delle spa.

Chiaramente l’occhio inquisitore statunitense si concentra al di fuori delle questioni “di famiglia”.  
Nemmeno una riga su Guantanamo
i civili uccisi dalle bombe e dai droni in Afghanistan e Pakistan,
la condizione della popolazione palestinese, costretta dal regime amico israeliano a vivere in un campo di concentramento a cielo aperto nella Striscia di Gaza o circondata da un muro in Cisgiordania. 
Anzi, il rapporto nota che Israele ha lanciato l’operazione Piombo Fuso – che ha causato 1300 morti palestinesi in 20 giorni -  “per rispondere a un brusco aumento degli attacchi di missili da Gaza contro civili israeliani”.
Per non parlare di quel che accede all’interno dei confini statunitensi: se si tiene conto solo della popolazione adulta, un americano su cento è in galera. Chi si occupa di esportare la “democrazia” in giro per il pianeta ha la più grande popolazione carceraria del mondo: 2.3 milioni di persone, un quarto di tutti i detenuti a livello mondiale. Nemmeno la Cina arriva a tanto. E sono soprattutto neri e ispanici a trovarsi dietro le sbarre: uno su 9 abitanti  tra i giovani di colore, uno su 36 fra gli originari dell’America Latina. I bianchi, gli wasp, sono in coda e in genere sono quelli che possono permettersi carceri “di lusso” a pagamento. Per non parlare della pena di morte, così zelantemente comminata in numerosi stati nordamericani, magari dopo anni di carcerazione in attesa della sentenza.
Ogni commento è superfluo.

Fonte: http://www.rinascita.eu/

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