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13 febbraio 2010

USA, EUROPA E CINA: I PUNTI ROSSI NELL'ECONOMIA GLOBALE

Per il suo intreccio e l'interdipendenza globale, ci sono tre processi fondamentali che determinano in questi giorni il corso dell' economia mondiale: La crisi fiscale degli Stati Uniti, crisi finanziaria in Europa e la crisi del commercio USA-Cina. Da questa relazione strategica, dipende l'equilibrio o lo squilibrio, del resto delle economie delle zone periferiche di Asia, Africa e America Latina.

Di Manuel Freytas

L' UE, collettivamente, è la seconda economia più grande, dopo gli Stati Uniti. La Cina, singolarmente, è, secondo la maggior parte degli analisti, la seconda economia mondiale e la potenza esportatrice mondiale dopo gli Stati Uniti.
Insieme, queste tre principali economie (USA-UE-Cina) raggiungono quasi i due terzi del PIL mondiale, e sono completamente interconnesse (sono dipendenti l'uno dall'altro) attraverso l'importazione e l'esportazione. Inoltre, la Cina ha le sue riserve in dollari ($ 2300 miliardi) ciò la lega al destino dell'economia americana, nel bene o nel male.

Ciò significa che: Qualsiasi squilibrio nell'economia statunitense (crisi fiscale) e nell'Unione europea (crisi fiscale), investe direttamente la Cina (in crescita, ma con potenziali problemi), che trascina dietro la sua espansione economica esportando verso il resto delle potenti economie asiatiche, tra cui Giappone, Corea del Sud, Indonesia, India e Taiwan, tra gli altri (Se si aggiungono le economie asiatiche di USA-UE-Cina, supera il 70% del PIL mondiale).

Nel nuovo scenario dominato dalla crisi, gli Stati Uniti non sono solo il primo acquirente di prodotti cinesi, ma anche la Cina è il principale creditore della prima potenza imperiale.

L'intreccio finanziario e commerciale tra le due economie (primo e terzo in ordine capitalistico mondiale), diventa quasi simbiotico: Se cade la Cina cadono gli Usa e viceversa.
Pechino nel 2008 divenne il maggior creditore di buoni del tesoro Usa, rispetto al Giappone. Inoltre, i motori della crescita asiatica, Cina, India e Giappone sono dipendenti dal commercio estero in dollari con gli USA.

Ma non è tutto: l'UE la seconda economia più grande e l'altro grande acquirente (in blocco) di manifatture cinesi, e con il suo commercio estero intrecciato con quello degli Stati Uniti, integra questo tripode di economia capitalista legato al cordone ombelicale Cinese.

USA, UE e Cina, oltre a rappresentare quasi i due terzi del PIL mondiale, sono i maggiori importatori al mondo di materie prime ed energia (petrolio e gas), così si può dedurre che, se si paralizzano queste economie capitalistiche centrali crollerebbero per effetto domino tutte le economie esportatrici del mondo emergente e periferiche.

A sua volta, l'equilibrio economico dell'asse USA-UE-Cina (soprattutto della Cina e paesi asiatici) dipende dalle esportazioni di petrolio e materie prime, il motore principale della crescita dei paesi sottosviluppati e paesi emergenti dell'Asia, Africa e America America.

Se si somma il PIL della Cina (8000 miliardi di $), Giappone (4500 miliardi di $), Corea del Sud (1300 miliardi di $) e Indonesia (932.100 miliardidi $) si superano i 14.000 miliardi di $. Questa somma equivale ad un terzo del PIL mondiale dopo gli Stati Uniti e l'Unione europea insieme.

Se aggiungiamo a queste cifre il PIL di altri paesi asiatici interconnessi come l'India, ad esempio, il PIL in Asia passerebbe ad occupre il primo posto della produzione mondiale davanti a Stati Uniti e Unione europea.
Questo è il modo migliore per vedere come la locomotiva cinese è un elemento cruciale nel processo di attivazione, sia di crescita che di crisi nel contesto economico globale.
Ma c'è di più: la Germania, la prima economia dell' Unione europea mantiene il suo forte legame con il commercio estero della Cina. Secondo il Wall Street Journal, la Germania mantiene la sua forza esportatrice, in parte con la vendita di impianti industriali in Cina.
Secondo le statistiche del commercio dell'industria tedesca, la Cina è il secondo mercato per le macchine tedesche, dietro gli Stati Uniti.

Ciò dimostra, in parte, la simbiosi USA-Europa-Asia nel quadro della crisi economica globale che ha avuto origine nelle nazioni centrali e che si estende al mondo intero, anche se, le economie centrali hanno cominciato a crescere in forma debole ..

I punti rossi

In questo feed-back economico mondiale, due dei punti rossi, la minaccia di un focolaio generalizzato, sono nella crisi fiscale degli Stati Uniti e l'Unione europea, che stanno vivendo un processo di potenziale di "insolvenza" a causa del brusco calo delle entrate fiscali e la crescita delle loro economie.

Negli ultimi mesi stava visibilmente emergendo un nuovo giocatore nell'economia globale: la "crisi fiscale" (prodotto di deficit astronomici che affliggono gli Stati delle economie centrali) che succede alla "crisi finanziaria" nella debacle dell'economia mondiale capitalista.

I miliardari fondi pubblici utilizzati per salvare i megaconsorzi bancari ed industriali hanno generato un debito impagabile e un rosso cronico nei conti fiscali tanto degli Stati Uniti come delle nazioni dell'euro (soprattutto i più deboli).

In un processo di crescita debole o una stagnazione delle loro economie, l' eurozona ha diminuito nel 2010 il suo potenziale tasso di crescita a lungo termine (da 5 a 10 anni) al 1%.

Il Fondo monetario internazionale (FMI) stima che il deficit di bilancio degli Stati Uniti raggiungerà il 108% del prodotto interno lordo (PIL) nel 2014, un aumento significativo rispetto al 62% del PIL nel 2007, in assenza di misure che sono difficili da digerire da un punto di vista politico, come aumento delle imposte o tagli a programmi di beneficio.

La Casa Bianca ha recentemente previsto per il prossimo anno fiscale un deficit di bilancio di 1.556 bilioni di dollari con un budget previsto di 3,8 bilioni dollari.

Secondo il Wall Street Journal, la maggior parte degli economisti prevedono una crescita debole dell'economia statunitense nel 2010, quasi il 3%. Cosa che risulta insufficiente per ridurre la disoccupazione ai livelli di pre-recessione.

Nel frattempo il processo di indebitamento (aggiunto il calo dei ricavi mentre l'economia è rallentata) rischia non solo la stabilità economica e di "governabilità" nella zona euro, ma anche (come è successo con banche e imprese) può provocare un collasso a catena degli Stati europei stessi, sia a livello centrale che sottosviluppati o emergenti.

In generale, l'ombra di una insolvenza generalizzata (prodotta da deficit e le basse entrate fiscali) fa temere agli analistiuna recrudescenza della crisi del sistema, non solo presso le banche e gli enti privati, ma a livello degli stati capitalisti d' Europa.

Il terzo punto rosso è la Cina, che (nonostante la sua crescita) sta attraversando un segnale pericoloso di "bolla finanziaria" e una crescente crisi commerciale bilaterale con gli Stati Uniti.

La Cina, la terza tappa del tripode, nonostante la crisi diffusa a livello mondiale, è cresciuta dell' 8,7% lo scorso anno, è sulla buona strada per diventare la seconda potenza mondiale economica e minaccia la supremazia degli Stati Uniti.

Tuttavia, il grande timore mondiale è che la Cina stia incubando la propria bolla finanziaria, prodotto della speculazione in borsa con fondi pubblici, orientati (come in Europa e negli Stati Uniti) per salvare le banche in difficoltà e le imprese.

I principali quotidiani finanziari e analisti hanno paragonato la locomotiva cinese al Giappone degli anni '80 (quando i giapponesi comprarono, per esempio, il Rockefeller Center di New York) e la loro bolla economica infine scoppiò, seguita da due decenni di crescita rachitica.

Secondo il Financial Times, un disastro finanziario cinese sarebbe la "più grave minaccia per le economie mondiali, in particolare per l'America Latina, sempre più dipendente dal commercio con la Cina per uscire dalla crisi attuale.

Con una moneta sottovalutata e una crescita trainata dalle esportazioni del mercato interno, ci sono già segnali che indicano che l'economia cinese si sta surriscaldando. L'inflazione nel mese di dicembre, per esempio, era il più alto in quasi due anni, e i prezzi immobiliari a Pechino e Shanghai hanno registrato un'impennata.

Inoltre, e secondo il Wall Street Journal, se la Cina ritira lo stimolo (salvataggi di società e banche) in maniera troppo brusca, l'economia potrebbe entrare in un rallentamento.

Secondo la rivista britannica The Economist, se il governo cinese trae le conclusioni sbagliate dall'esperienza giapponese per la sua economia, potrebbe finire in un pendio "pericoloso" che potrebbe trascinare il resto delle economie mondiali.

Al di là della crescita del suo mercato interno, la stabilità dell'economia cinese, le sue entrate fiscali potenziali, le esportazioni dipendono dagli scambi commerciali con i paesi (come USA, UE e Giappone) che sono sottoposti a un periodo di crescita rachitica delle loro economie.

E se questi paesi riducono i loro acquisti (come stanno facendo) la locomotiva cinese rimarrà a corto di carburante e comincerà a fermarsi.

Ma il punto più pericoloso di contraddizione si manifesta attraverso la crisi del commercio USA-Cina, il cui motore principale è la concorrenza di entrambe le economie, e il commercio import-export.
Il fattore scatenante è stato il rapporto di cambio tra il dollaro e yuan.

Obama, nella prima visita a Pechino nel mese di novembre, ha chiesto al governo del primo ministro Wen Jiabao, che rivaluti lo yuan, la cui parità di tasso di cambio con il dollaro sta colpendo le esportazioni degli Stati Uniti nei mercati asiatici e in Cina.

Fin'ora, la Cina (in difesa delle proprie esportazioni) ha respinto la richiesta di Washington, innescando una crisi bilaterale di difficile pronostico che rischia di diffondersi pericolosamente al terreno geopolitico e militare (guerra fredda sfere di influenza).

In sintesi, questo strategico tripode USA-Europea-Cina, è segnato dalla crisi fiscale e da un conflitto bilaterale (il cui esito può innescare un nuovo collasso finanziario ed economico globale), continuerà a segnare l'agenda dell' attenzione mondiale nei giorni che verranno.

Fonte: http://www.iarnoticias.com/2010/secciones/contrainformacion/0011_puntos_rojos_econ_glob_08feb2010.html

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