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19 luglio 2009

RECRUDESCENZA DI BARBARIE AI CONTROLLI DELLE FRONTIERE IN EUROPA: IL CASO ITALIANO



Intervista con Fulvio Vasallo Paleologo, professore di Diritto all’Università di Palermo, esperto in immigrazione.

di Mayela Barragan Zambrano

Dedicato a Amir Rohol, 15 anni, afgano, a cui risultò fatale l’intenzione di raggiungere il nord Europa.

Ho potuto conversare con un esperto in materia di stranieri, clandestini e rifugiati, l’avvocato italiano Fulvio Vasallo Paleologo, professore di Diritto Privato, Diritto di asilo e Statuto Costituzionale dell’estero presso la Facoltà di Giurisprudenza all' Università Palermo. E’ membro dell' Associazione Italiana di Studi Giuridici sull' Immigrazione, ASGI.

Collabora con Fortress Europe e Border-line Europe. Ha scritto la prefazione del libro “Mamadou va a morire” del giornalista Gabrielle Del Grande, e i suoi articoli possono essere letti su Meltingpot e Il Manifesto.

Professore, i rifugiati colombiani che scappano dall’ Ecuador sono conosciuti come l’ombra del popolo degli invisibili perché a causa dell' assenza di un' identificazione molti non possono ottenere un permesso per essere scappati dal loro paese senza avere il tempo di prendere qualche documento, non possono ricevere l' assistenza alla quale hanno diritto, non possono lavorare e non possono frequentare la scuola. Ma è vasto e il numero dei popoli invisibili. Qui in Italia la realtà ancora più ignorata dai mass media nazionali è la frontiera italiana dell’Adriatico, il tragico finale di ragazzi come Amir Rohol che tentano di entrare in Italia e che muoiono tragicamente perché cadono dalla fine del camion al quale si erano aggrappati per arrivare in Italia. Lei che è uno dei principali attivisti che, quotidianamente, lottano per dare visibilità a questi avanzi di esseri umani senza identità, mi parli di questo popolo degli invisibili che cercano di arrivare al nord Europa attraverso la porta di frontiera dell’Adriatico, chi sono?

Sono persone che hanno subito molta violenza nel loro paese d’origine. In Afganistan i talebani, che controllano gran parte del paese, perpetuano il reclutamento forzato e spesso le famiglie afgane, per evitare che i suoi figli commettano atti terroristici, li fanno fuggire, perché in questo modo evitano che siano reclutati dalle milizie talebane.
Sono questi i ragazzi che arrivano in Italia attraverso la frontiera greca, e come chiunque può vedere dalle fotografie della homepage Meltignot, questi ragazzi presentano i segni della violenza che hanno ricevuto in Afganistan. Ma, per disgrazia, presentano anche le cicatrici che la polizia greca ha causato loro, soprattutto quando questi vengono riconsegnati a Patras per i porti italiani di Ancona, Brindisi o Venezia.
A Patras, e per settimane, la polizia greca, li rinchiude in contenitori prima del rimpatrio forzato e lì soffrono infinite torture e ogni tipo di violenza fisica. Abbiamo visto ragazzi con le falange delle dita rotte per i colpi coi bastoni, giovani con cicatrici in tutto il corpo. Purtroppo sono persone difficili da difendere.
Negli ultimi due mesi, la polizia greca, come parte di un piano più ampio del governo greco, ha incentivato la recrudescenza delle barbarie per lottare contro l’immigrazione illegale, desidero ricordarle che la Grecia è uno dei paesi più esposti all’arrivo di immigrati illegali, più che Spagna e Italia, per questo la Grecia ha messo in moto una politica di smantellamento dei campi abusivi che sono sorti a Patras, campi di fortuna rimediati da persone che sperano di entrare in Europa.
Di fatto la polizia greca realizza retate giornaliere e detiene, anche, i minori che dopo deportano in Turchia e in Afghanistan. Queste persone che la polizia greca deporta, che sono scappate dai contesti nei quali hanno sofferto violenze terribili, sono persone che hanno perso tutto: la loro famiglia e i loro margini di sopravivenza. Il rimpatrio forzato dei ragazzi afgani che vengono mandati indietro da Brindisi, Ancona e Venezia e che la polizia greca esegue, avviene senza seguire una prassi ufficiale; non resta un registro di quello che la polizia fa e quindi queste persone non possono ricorrere ad un giudice di pace, perché semplicemente vengono rifiutati nei porti adriatici col ritorno del capitano.
Sembra che esista un registro ufficiale, ma è segreto e resta nelle mani della polizia. Difficilmente esiste un’opportunità reale perché questi giovani possano avere l’opzione di difendersi da una pratica di questo tipo. Quindi, l’invisibilità degli afgani all’arrivo all’Adriatico è il prodotto di queste pratiche amministrative di devoluzione delle frontiere che realizza la polizia greca.
A chi entra dall’Adriatico viene negato il diritto di accedere ad un giudice di pace o il diritto di presentare richiesta di asilo, anche se questa persona è stata sul territorio italiano non può invocare le garanzie di uno Stato di diritto, resta a discrezione della polizia, per questo parlo di Stato di Polizia nel senso che questi immigrati in situazione irregolare non hanno la possibilità di accedere ad uno Stato di diritto che garantisca loro dei principi, ed è necessario sottolineare che questo succede ad un numero molto limitato di persone.
Denuncio, che in realtà, queste operazioni hanno solo un valore simbolico e pedagogico, per fermare l’immigrazione illegale in Italia.
Annualmente in Italia entrano 300.000 persone, di questa cifra chi è veramente arrivato sono circa 100-120.000, il resto entra illegalmente e dopo 3 mesi, dopo che finisce il permesso, si trasformano in illegali. Di questi 300 mila che il sistema produce ogni anno, la violenza viene usata su pochi, che possono essere 3, 4 o 5000 immigrati che cercano di raggiungere la frontiera dell’Adriatico o un basso numero di immigranti che dal Sud dell’Africa cercano di arrivare fino in Sicilia.
Il numero di stranieri illegali che entrano dal sud Italia si sono ridotti nel 2007 a 11.000, sono aumentati repentinamente nel 2008 a 36.000. Ma di questi sono più del 70 % quelli che hanno bisogno di asilo, e a più della metà è stato accettato lo stato di asilo. Quindi è un' autentica cattiveria, che si applichi questa modalità simbolica, pedagogica e strumentale che serve anche per ottenere voti durante le elezioni, come si è visto durante le ultime elezioni, ma non con il fine di eliminare gli “immigrati illegali”, perché questo problema tocca donne, bambini e chi richiede l’asilo. Purtroppo l’Italia li rimanda alla Grecia o alla Libia e queste persone spariscono senza che abbiano le garanzie di uno stato di diritto.

Professore, lei propone un monitoraggio sugli immigrati, chi dovrebbe portare avanti questa attività di osservazione, vigilanza e controllo?

Le associazioni che sono già presenti nei porti di Ancona, Venezia e Brindisi e le autorità locali che lavorano insieme con i progetti di queste organizzazioni dovrebbero essere autorizzate a presenziare il momento dello sbarco dei camion che entrano nei porti dell’Adriatico. Osservare l’arrivo dei trasbordatori che spostano i camion provenienti dalla Grecia all’Italia, veicoli che occultano dentro o sotto, molti giovani. Perché altrimenti i ragazzi sono detenuti detenuti nelle zone rosse del porto senza che nessuno osservi quel che succede, solo alcuni di loro che sono stati rinchiusi nelle officine ad un km di distanza dai luoghi ufficiali dello sbarco, potranno, dopo, essere trovati dalle associazioni indipendenti che successivamente saranno autorizzate dalla stessa polizia che è chi decide a chi , dove, come e a quale luogo avere accesso.
Le associazioni devono avere accesso libero a queste zone rosse, per vigilare e poter controllare il territorio in tutte le zone degli sbarchi. Di fatto esiste una gran militarizzazione delle zone portuali che effettuano gli espatri informali nelle frontiere dell’Adriatico, e che si giustificano ufficialmente con una forma molto debole, perché si appoggiano negli accordi bilaterali che Italia ha sottoscritto con la Grecia negli anni 90 che, in realtà, sono accordi già superati dalla nuova legislazione internazionale in materia di asilo e di protezione, anche negare l’entrata, senza alcun tipo di formalità ufficiale, è illegale perché nell’accordo bilaterale del 90 Grecia e Italia contemplavano che il rimpatrio illegale si doveva portare avanti seguendo una serie di formalità relative al registro, identificazione dei bambini, le donne e esiste anche il divieto delle deportazioni in massa.

L’articolo 10 della Costituzione Italiana recita quanto segue: L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici. Ma, questo modus operandi che lei descrive dimostra che in Italia in pratica ai rifugiati viene negato il diritto alla difesa?

Il diritto alla difesa è un diritto di ogni individuo, quando viene sottomesso alla misura di un rifiuto collettivo, è evidente che siamo in un contesto di negazione del diritto all’asilo e al diritto alla difesa, perché una persona non può emergere da un gruppo per difendere la propria causa. Questo diritto che appartiene ad ognuno non può essere invocato, lo stesso succede con le deportazioni in massa che succedono nel Mediterraneo, dato che la restituzione collettiva avviene quando la barca è nel mezzo della strada tra la Libia e la Sicilia, o quando un gruppo di 10 o 15 giovani arrivano con la barchetta e collettivamente vengono assegnati al capitano della barca. Devo precisare che il rimpatrio forzato alle porte dell’Adriatico succede nell’area di Schengen, mentre che la differenza con il Mediterraneo è che le deportazioni massicce verso la Libia non appartiene all’area di Schengen, questo differenzia le cose, perché con rispetto alla Grecia si possono azionare dei meccanismi di monitoraggio per dopo avere la possibilità di scelta di ricorrere ad un giudice ed ad una sentenza.
La Corte Europea qualche giorno fa riconobbe le nostre motivazioni ed ha intimato la Grecia affinchè sia preventiva, impedisca e eviti lo spostamento di immigranti in Turchia, nonostante questa sia una decisione della Corte Europea, fino ad ieri pomeriggio, ci sono state retate in Grecia e contro la decisione del Tribunale Europeo dei Diritti Umani, la Grecia rimpatriò due giovani, uno di loro di 12 anni, giovani che avevano fatto ricorso al Giudice perché erano stati rifiutati in Italia, sono stati deportati in Turchia, e questo aumenta la responsabilità dell’Italia stessa, perché violano molti principi dei diritti umani, non solo quando un paese espelle direttamente le persone ad un altro paese dove queste persone vengono sottomesse a torture e dove, anche, perderanno la vita, ma anche quando un paese rispedisce ad un altro paese che a sua volta deporta ad un altro paese dove i rifugiati mettono in pericolo la loro vita.

La Grecia e la Turchia: cosa si deve fare per salvare i giovani afgani che cercano di entrare illegalmente dall’Adriatico?

Si deve seguire la politica internazionale. Negli ultimi mesi sono accaduti vari cambiamenti significativi, dato che la Grecia e la Turchia si sono fatte la guerra tra di loro fino a 6 mesi fa, si sono rifiutati a vicenda spesso con conflitti tra imbarcazioni con incendi, affossamenti con morti e feriti. Ma durante gli ultimi 6 mesi, dovuto alle pressioni della UE che continuano, perché l’UE considera che la Turchia non sta dando garanzie sufficienti, l'UE sta facendo la stessa cosa che ha fatto con la Romania, prima che aderisse alla UE, l' UE sta imponendo alla Grecia norme standard di detenzione e arresto di immigrati illegali, in contrasto con l’immigrazione illegale anche accettare gli immigrati deportati dall’Europa. L' UE sta cercando di imporre questo alla Turchia e quindi la relazione con la Grecia – la Turchia, che sempre è stata problematica, dall’intervento dell’UE sta convertendo in una collaborazione che si sta traducendo nella possibilità di spostare in Turchia molti immigrati che prima non venivano portati qui ma che restavano in Grecia, parlo degli afgani e iracheni, e la Turchia che confina con il Kurdistan, effettua le deportazioni forzate verso l’Afghanistan, qualcosa che direttamente non fa l’Italia ma lo fa indirettamente attraverso la Grecia e la Turchia.

Lei sostiene, che se non capiamo da dove provengono i problemi dei quali siamo testimoni, non riusciremo a trovare i mezzi per risolverli.

Perché in realtà, sembra che l’obiettivo è fermare l’immigrazione illegale come se i rifugiati fossero immigrati che si approfittano delle richieste di asilo per avere uno status giuridico, più ignoriamo o si fa finta di nulla che la situazione che oggi si vive in Afghanistan ed in Turchia ( o della Libia riguardante l’Eritrea, Sudan o Nigeria, dove ci sono colpi di Stato, gruppi militari, continue violazioni dei diritti umani), che le persone che sono fuggite o che fuggono, dopo aver visto distrutto le possibilità di sopravvivenza economica e a volte anche di quella fisica. Per questo motivo dobbiamo essere coscienti che questo flusso non è un’ invasione di milioni di persone come “strumentalmente” si vuole far credere, ma è un problema con il quale nei prossimi anni, indipendentemente dall’altezza della soglia della barriera della frontiera che venga imposta, continuerà. Tutte le pratiche di deportazione possono avere effetto durante un anno, durante un mese, come lo dimostra molto bene, l’esperienza spagnola (Marocco-Spagna), dove nel 2007 e successivamente, dopo l’applicazione del programma Hera de FRONTEX, si è prodotta una diminuzione del 50 % degli sbarchi che erano del 70 % nelle Isole Canarie e del 30% nel resto della penisola, in Italia succederà lo stesso, diminuiranno le entrate delle imbarcazioni, ma questo non è un modo di affrontare il problema, perché l’anno prossimo, come è già successo in Spagna vedremo un aumento e l’aumento di tutta una serie di irregolarità: l' illegalità, l’esclusione, svii in un modo o in un altro, e non avranno una risposta positiva alla richiesta , commetteranno un reato sul suolo italiano, un crimine.

Professore, lei parla di una nuova formula Italia–Libia, basata sulle nuove relazioni economiche, contratti di 400 milioni di euro in un solo giorno più politica di deportazione?

Si, è un fatto nuovo che probabilmente sta cambiando la relazione Libia–Italia, dato che è il risultato diretto del Trattato di Amicizia firmato a Bengasi, nell’agosto del 2008, tra Berlusconi e Gheddafi, perché gli accordi anteriori tra la Libia e l’Italia, incluso il Protocollo del 2007, l’Accordo del 2007 con il Governo Prodi, con Amato, non si basavano su risorse finanziarie nè nel sollecito di ricatti che Ghedafi esercita sul nostro paese, invece tutti gli strumenti, i modi di ammissione, le volanti, le volanti congiunte, le barche che riportano in Libia erano già condivise con il governo del Centro sinistra, era in piena continuità dal 98 (governo di centro sinistra) al 2001 (governo di Berlusconi) al 2006 ( Governo di centro sinistra) fino al 2008 (governo di Berlusconi) ; una continuità totale delle politiche di detenzione, internamento e esternalizzazione dei controlli nelle frontiere. Adesso, il fatto veramente nuovo, del 2008 sono gli accordi economici, il denaro che richiede Ghedafi, che inoltre coincide con i cambiamenti politici a livello internazionale hanno promosso il paese libico, dato che la Libia è stata accreditata nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come Presidente della Commissione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, anche se stanno succedendo le cose che stanno succedendo, la Libia ha risolto e sfinito il conflitto con le infermiere bulgare e Ghedafi ha realizzato un viaggio trionfale a Parigi, ed in termini della gran politica della lotta contro il terrorismo internazionale, la Libia ha dimostrato di essere un partner molto affidabile, anche ricevendo i prigionieri di Guantanamo. Non hanno inviato prigionieri di Guantanamo in Tunisia, Marocco e Egitto, ma li hanno inviati in Libia, ed i libici che erano a Guantanamo, la Libia è anche un partner degli Stati Uniti, con contraddizioni, ovviamente, con ricatti continui, con baratri continui.

Un socio molto affidabile?

Si, possiamo leggere gli articoli su Le Monde, ma nessun giornale italiano ha scritto sul destino e la sorte di queste 800 persone in Libia.

Qual è il destino di queste persone deportata dall’Italia in Libia?

La situazione, spiacevolmente , è quella che conosciamo grazie ai documenti internazionali sul paese libico, alcuni deportati vengono messi in prigioni presentabili alle delegazioni internazionali, ma la maggior parte di loro sparisce. Nessun deportato può presentare una sollecitazione di asilo così il governo può dire, come ha detto il rappresentante dell’ACNUR nel passato, che nessun deportato ha presentato alcuna richiesta di asilo. Ma non ha sollecitato l’asilo non perché non vuole ma perché non ne ha avuto l’opportunità di farlo. In sintesi, il governo italiano può dare come buona la modalità con la quale la Libia tratta in modo disumano gli immigranti che deporta l’Italia, se si visita il portale francese Fortress Europe, lì si incontrerà documentazione sul trattamento che la polizia libica dà agli immigranti da due anni a oggi.

Ha visitato le carceri libiche?

No, io no ma alcuni miei amici, con cui lavoro si, per esempio il giornalista Gabrielle Del Grande è stato in Libia l’anno scorso.

Sono scabrose le testimonianze sulla violenza della quale sono vittime le donne da parte della polizia libica?

Su questa realtà posso dare una testimonianza diretta perché collaboro con i medici che lavorano a Palermo e lì hanno seguito queste donne. Abbiamo casi di persone distrutte completamente per la violenza subita in Libia. Abbiamo anche casi di donne di 19 anni che lì hanno contratto l’Aids. Abbiamo anche constatato che molte donne sono fuggite perché non volevano parlare con l’assistenza sanitaria e la protezione che può dargli un servizio sociale, perché sono donne caricate di violenza e quindi hanno molta difficoltà a parlare con il personale maschile. In breve, presentano un' enorme difficoltà a relazionarsi con la violenza della quale sono state vittime e quindi l’unica alternativa che hanno è quella di vivere una fuga costante, perché è l’unico modo che hanno di scappare dalla violenza che portano dentro.

Lei sostiene qualcosa di molto importante, che si deve attivare un circuito di comunicazione per sapere il destino delle persone che sono state costrette al rimpatrio forzato, come si deve creare questo circuito di comunicazione?

Con la Grecia lo abbiamo fatto attraverso la spedizione di una delegazione di associazioni indipendenti, che hanno avuto dei problemi perché due ragazze italiane sono state detenute dalla polizia greca proprio nel momento in cui a Patras si conversava con un gruppo di immigranti a cui la polizia greca aveva smantellato il campo, è un compito molto difficile e pericoloso.
In Libia , dopo la visita di Gabrielle Del Grande, la polizia aveva detenuto un avvocato che aveva parlato difendendo i diritti umani, che aveva denunciato al giornalista alcuni aspetti della realtà della Libia contro gli immigranti di passaggio.
Riguardo la Grecia, questo canale di comunicazione si è già attivato. Tra Italia e Afghanistan, per esempio, esistono canali di comunicazione dato che i rifugiati che hanno richiesto asilo in Italia conoscono, a volte, anche le famiglie dei ragazzi che vengono detenuti a Patras; è una gran quantità di relazioni personali che in alcun modo hanno permesso la creazione di reti.
Questo obiettivo è molto più difficile da raggiungere in Libia, dato che se il cammino è Kabul- Patras–Italia o Turchia è una strada con scali precisi, è molto più difficile localizzare i punti di partenza, di ritorno, che quello del rimpatrio forzato di un somalo, eritreo sudanese o di un nigeriano che attraversa la Libia ed arriva in Italia, queste persone vengono mandate indietro in Libia e possono sparire nel nulla.
Quindi le organizzazioni non governativi devono poter attivare questi canali di comunicazione, perché sono i canali di comunicazione con gli immigranti in Italia, che dopo permettono di supervisionare la situazione nei paesi d’origine, cioè, se dentro una comunità della Somalia o dell’Eritrea si riesce a sapere che un immigrato illegale è espulso da Lampedusa, che è affogato nel mare in un altro tentativo di ritornare in Italia, come è successo, o se è morto nel deserto, o se è stato arrestato in Somalia e lì ucciso dalle forze armate del Governo di Eritrea o dalle bande che esistono in Somalia, ecc. E’ importante ricostruire un dossier su un iter, perché non esiste in nessun luogo. Un dossier con le comunità per dare loro un' identità successiva alle persone che noi allontaniamo, i governi europei con modalità che impediscono, anche l’emergere di una identità individuale a causa delle deportazioni massicce.

Lei denuncia anche che in Italia esistono campi di concentramento, rappresentati dai centri di detenzione dei senza documenti. Sostiene che esiste un razzismo istituzionale.

Penso, principalmente, alla funzione di questi Centri di Identificazione e di Espulsione con le ultime misure del Decreto di Sicurezza che condannano a sei mesi di detenzione amministrativa ed introduce il delitto dell’immigrazione illegale, i CIE si convertono in un luogo di castigo. Solo un 15 o un 20 % che è passato attraverso i CIE saranno riaccompagnati alle frontiere.
Quelli che passano da un CIE hanno commesso un delitto, tra le altre cose, gli ricordo che la penalizzazione in Italia non è nuova, che non arriva solo con la Legge in materia di sicurezza di questi giorni, perché già anteriormente, chi restava in Italia senza aver compiuto i 5 giorni lavorativi per abbandonare il territorio, chi otteneva un decreto di espulsione quando non era possibile accompagnare la persona al paese d’origine o di provenienza, anche prima di questo delitto aveva una pena di fino a 4 anni di prigione ; quindi, questi centri si continuano a riempire di immigrati che sono entrati e che sono rimasti illegalmente sul nostro territorio, persone che sono state mandate via.
Ed il problema principale dei CIE, in realtà , è che sono destinati a persone che hanno commesso un delitto, non sono luoghi dai quali dopo si accompagna alla frontiera, ma sono usati per sanzionare allo straniero per il crimine o il delitto di essere entrati in Italia senza un permesso o un visto.
Quando parlo di “campi di concentramento”, mi riferisco ai casi di persone che sono morti per mancanza di attenzione medica, che sono stati picchiati. Sono casi individuali, continui, periodici, di persone che muoiono o che vengono picchiate ; in alcuni di questi casi ci sono stati dei processi con condanne, cito il caso del CTP di Regina Pacis di Lecce e di Padre Cesare Lo Deserto, il responsabile. Agenti ed operatori di questa struttura che sono stati condannati, però dato che la maggior parte degli immigrati sono vulnerabili e facilmente ricattabili, la polizia gli obbliga con la forza, li induce a ritirare le denunce che gli immigrati illegali fanno contro la polizia di cui sono stati vittime. Ad esempio, a Trapani ho visto persone vittime di colpi che hanno rifiutato di denunciare alla polizia perché questa li minacciava con il fatto che è meglio per gli stranieri di non insistere con le denunce.

Dove sono rimasti i valori per i naufraghi del Mediterraneo? L’Italia ha perso la cultura di dare asilo?

L’Italia è un paese europeo che è arrivato tardi ad occuparsi della questione dell’asilo, mentre negli anni 90 la Germania in un solo anno ricevette 390.000 richieste di asilo dalla ex- Jugoslavia, l’Italia nello stesso periodo poteva riceverne 15 o 20.000; di fronte ad un numero basso di richieste di asilo, l’Italia ha avuto una politica di tolleranza ma anche una politica di non riconoscere i diritti, perché non abbiamo avuto una legge che permettesse applicare l’articolo 10 della nostra Costituzione, fino a, si può dire, due anni fa.
Abbiamo avuto una giurisprudenza che ha cercato di riconoscere l’efficacia diretta dell’ Art. 10 della Costituzione italiana, però perchè i richiedenti di asilo arrivassero di fronte ad un giudice, dovevano essere molto fortunati nel trovare un avvocato ed un’associazione che li sostenesse.
Dispiace ma l’Italia ha aumentato la velocità nel rifiutare gli immigrati clandestini, la natura sommaria come vengono deportati, la pratica di esternalizzazioni delle frontiere ed in questo modo sono venuti a mancare con la cultura dell’asilo. E' stato usato come propaganda il diritto di asilo e si sono anche create delle false emergenze, perché non esiste una emergenza di sbarchi in Sicilia, neanche l’anno scorso c’è stato un aumento perché sono arrivate 30 mila persone in una regione di 3 milioni di abitanti ed in un paese di 60 milioni di persone, quindi neanche l’anno scorso c’è stata una situazione di emergenza. Ma i nostri governi sempre hanno governato con strumenti di emergenza le questioni di ordine pubblico.

Quanti sono i morti nel Mediterraneo ? La morte dei clandestini ?

Secondo le statistiche del Fortress Europe, aggiornate al 2 luglio 2009, abbiamo migliaia di migliaia di migliaia di morti nel Mediterraneo. Adesso il governo dice che applicando la mano dura sull’arrivo degli immigrati illegali si ridurrà anche il numero delle vittime, questo è uno degli argomenti più sporchi, più ipocriti che ho ascoltato, perché nessuno dirà quanti immigrati sono morti nel deserto libico, come risultato delle pratiche di deportazione forzate, perché in realtà, la Libia che riceve denaro dall' UE per combattere l’arrivo degli immigrati clandestini, gli immigranti illegali li carica su un camion, li porta via e li abbandona in un paesino vicino alla frontiera con la Nigeria e lì vengono invitati ad uscire a piedi dal paese.
In realtà questo sistema alimenta in tempo reale i trafficanti di essere umani, perché con gli immigrati che espelle l’Italia la polizia libica fa i suoi affari. Lì, queste persone abbandonate nei deserti vengono vendute ai trafficanti, alcuni sopravissuti hanno realizzato questo percorso 4 o 5 volte. I pagamenti alla polizia libica si fanno attraverso intermediari o dei familiari che si trovano in Europa o nei paesi d’origine, usando la Western Union o altre aziende di questo tipo che spediscono denaro per pagare agli agenti di polizia corrotti libici, e in questo modo le persone possono continuare il loro viaggio.
Sfortunatamente, gli investigatori italiani sempre hanno detenuto persone che non avevano denaro per pagare al polizia libica corrotta, e che, solo per il fatto di essere capaci di guidare il timone di una barca, erano obbligati a partire con un carico di persone dalla Libia a Lampedusa; in Italia questa persona viene chiamata “scafista” quando, in realtà, spesso gli “scafisti” sono anche immigrati che non hanno soldi per arrivare al poliziotto libico e vengono usati in questo modo, ma noi queste persone le consideriamo colpevoli, passano molti anni in prigione e così l’Italia crede di aver trovato la soluzione al problema, mettendo in prigione lo “scafista”.

Fonte: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=88544&titular=recrudecimiento-de-la-barbarie-en-el-control-de-las-fronteras-europeas:-el-caso-italiano-

Tradotto per Voci Dalla Strada da VANESA

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2 commenti:

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