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21 giugno 2009

CRISI GLOBALE E PREZZO DEL PETROLIO

Chris Arsenault intervista l’economista Jeff Rubin

VANCOUVER, 17 giugno 2009 (IPS) - Seduto al ristorante del lussuoso Fairmount Waterfront Hotel di Vancouver, l’ex capo economista di una delle più grandi banche canadesi non ha certo l'aspetto di uno tra gli apocalittici fautori della teoria del picco del petrolio.

Ma nel suo nuovo libro, "Why Your World is About to Get a Whole Lot Smaller", Jeff Rubin sostiene la fine della globalizzazione, alimentata dal basso costo del petrolio. Nel volume, Rubin afferma che l’attuale recessione globale è il risultato dell’alto prezzo del petrolio, e non della crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti.

Spesso considerato uno dei massimi economisti canadesi, Rubin pronostica che un barile di petrolio costerà 225 dollari nel 2012. Altri analisti la ritengono una cifra sconclusionata: il giornale conservatore National Post, dove l’uomo veniva spesso citato come esperto prima di lasciare il lavoro alla CIBC World Markets, lo accusa di “anti-materialismo” e di “paranoia sul petrolio”.

Eppure, nel 2000, Rubin aveva pronosticato che il petrolio avrebbe raggiunto i 50 dollari entro il 2005; e in quell’anno indovinò nuovamente, prevedendo un costo di 100 dollari al barile nel 2007. Rubin ci ha concesso un’intervista presso il suo hotel, dopo un pranzo di lavoro al Vancouver Board of Trade.

Se lo stato della sicurezza in Iraq migliorasse, e il petrolio a basso costo del paese riprendesse regolarmente le esportazioni, tornerebbe indietro sulle previsioni di 225 dollari al barile entro il 2012?

Jeff Rubin: Neanche lontanamente. E nemmeno cambierei idea sul fatto che le esportazioni dall’OPEC (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio), invece di aumentare, dovrebbero ridursi tra un milione e un milione e mezzo di barili al giorno nei prossimi quattro o cinque anni.
Non è solo per l'esaurimento [dei giacimenti petroliferi dell’OPEC], anche se questo ha certo un ruolo importante. È anche per la crescita esplosiva del consumo di petrolio negli stessi paesi dell’OPEC. Per questo le esportazioni da questi paesi non sono aumentate negli ultimi cinque anni; di fatto stanno cannibalizzando le loro stesse esportazioni.

Se l’economia mondiale può funzionare con il petrolio a 140 dollari al barile, non sarebbe fattibile sfruttare le enormi riserve di petrolio non convenzionale - scisti petroliferi nello Utah, greggio pesante della cintura dell’Orinoco in Venezuela e depositi di profondità offshore?

JR: Cosa è successo all’economia mondiale quando il petrolio ha raggiunto i 140 dollari? La peggiore recessione del periodo post-bellico riguarda davvero il mercato Usa dei mutui subprime? Oppure il barile di petrolio a 140 dollari? Secondo me riguarda il barile di petrolio a 140 dollari.

In che misura il prezzo del petrolio rende insostenibile la globalizzazione basata sulle esportazioni?

JR: Il modello che conosciamo ha avuto un picco nel 2007. Se misuriamo la globalizzazione secondo la percentuale del PIL mondiale ovvero l’esportazione o l’importazione, il 2007 segna il picco dell’era passata.
Vedremo sempre meno navi porta-container. Tutti questi container riguardano una cosa sola: la curva dei salari. Spostare la tua fabbrica da un posto dove paghi la gente 30 dollari l’ora verso un altro posto dove la paghi 30 dollari a settimana va bene, se si tratta solo di salari.
Ma ciò che muove quelle navi container è il petrolio. A 150-200 dollari al barile, la curva dei salari diventa uno stupido controsenso, perché ciò che risparmi sul salario ti costa più di quello che spendi sul petrolio combustibile.

Alcuni analisti stimano che il 25 per cento delle riserve mondiali di idrocarburi si trova nell’Artico, e che presto si darà il via al loro sfruttamento a causa, ironicamente, del riscaldamento globale.

JR: La faccenda dell’Artico è una goccia nell’oceano. Stiamo perdendo di vista quello che il Cambridge Energy Research Associates e la Exxon non dicono. Organizzano grandi conferenze per dire ‘Oh, abbiamo appena scoperto il Jack Field - 10mila piedi sotto i mari del Golfo del Messico devastati dagli uragani, non è fantastico!’.
Però non tengono conferenze stampa [per annunciare] ‘vedete quel giacimento? Ha prodotto petrolio per 50 anni, sta per esaurirsi’.
Ogni anno perdiamo quattro milioni di barili al giorno [di produzione di petrolio a causa dell’esarimento]. Negli prossimi cinque anni, dovremo trovare 20 milioni di barili al giorno di nuova produzione, così possiamo [continuare a] consumare quello che consumiamo oggi.

Anche se ha ragione sul fatto che le riserve di petrolio a basso costo si stanno esaurendo, una migliore efficienza non potrebbe compensare le carenze nella produzione?

JR: Credo che l’efficienza porti alla conservazione, ma la storia dimostra che non è questo ciò che accade.
Oggi, il motore medio è del 30 per cento più efficiente dei motori prodotti prima della crisi petrolifera dell’OPEC [degli anni ‘70]. Eppure, il veicolo [nordamericano] medio consuma altrettanta benzina nel corso di un anno.
Negli anni ’70, [i nordamericani] percorrevano circa 9mila miglia l’anno, mentre oggi 12mila. Negli anni ’70, non vivevamo in periferie sterminate. Tutte queste conquiste in efficienza ci hanno portato, anche più efficientemente, a consumare sempre più petrolio.

Quale pensa che sia la minaccia principale, il picco del petrolio o il picco dell’acqua?
JR: Il picco dell’acqua è un'altra grossa partita. Ma ti dirò di un luogo dove picco del petrolio e picco dell’acqua si incontrano: le sabbie petrolifere canadesi. Per produrre un barile di petrolio sintetico, devi bruciare 1.400 piedi cubici di gas naturale, trascinarti due tonnellate di sabbia [e] inquinare 250 galloni di acqua.
Come per le emissioni di carbonio, l’acqua è gratis. Se lavori con le sabbie petrolifere e inquini 250 galloni d’acqua, non costa niente.

Fonte: © IPS (FINE/2009)

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