4 aprile 2009

LA SCONFITTA DELLA "TIGRE CELTICA" E IL "NO" ALLA GRANDE TRUFFA DEL TRATTATO DI LISBONA

di Vittorangelo Orati

Tutti sanno o dovrebbero sapere che salto all’indietro ha fatto la “tigre celtica” dopo aver meravigliato gli sciocchi nella sua rimonta da cenerentola economica dell’Europa, a regina dei miracoli della globalizzazione. Attualmente è sull’orlo del default sulla scia dell’Islanda a seguito dello scoppio del bluff “a tutto free trade”. Insito nell’alto grado di integrazione nel mercato mondiale e a misura di questo, è il pericolo di crisi e recessione allorché le immancabili crisi di sovrapproduzione seguono periodi di inconsulto dominio del libero scambio. Della fragilità se non della “palla” (fandonia di regime) di uno sviluppo irlandese tutto “rosa e fiori” in linea con le promesse (propaganda) dei cantori le virtù di opzioni liberoscambiste, è stato segnale inequivocabile e premonitore la sonora sconfitta del referendum irlandese relativo al “Trattato di Lisbona”. La fotografia al momento di tale bocciatura e della sensibilità del popolo irlandese alle proprie scarse fortune riservategli dal futuro, è fornita dalle seguenti riflessioni sviluppate “a caldo” dopo il pronunciamento popolare in discorso; e l’esame della stessa inconsistenza della salute indotta dal mondo sub speciae globalizzazione, prima dello stesso manifestarsi del diluvio che ha colpito l’economia globale, dovrebbe dire e insegnare qualcosa a quanti ancora in buonafede hanno suonato la grancassa filoamericana alimentata dagli economisti(ci) made in Usa (e getta), seguiti dai cori dei loro valvassori nelle provincie dell’ “Impero”. E se ravvedimenti in proposito sono altamente improbabili, occorre che i lettori non economisti(ci) sappiano le cose come stanno e cosa si cela ancora dietro i gridi isterici e autolesionisti, circa i pericoli del protezionismo e le virtù del libero scambio che i supporter di questa malata Europa dei capitali e contro i popoli, continuano a lanciare pur nella peste contemporanea.

Lunedì 16 giugno 2008 si è avuto il verdetto su ciò che le previsioni avevano annunciato: l’Irlanda (Eire), con il 53,4% dei “NO” contro il 46,6% dei “si”, respinge la ratifica del “Trattato di Lisbona”, noto anche come “Trattato di riforma” redatto in modo estremamente contorto e raffazzonato (70 articoli e 12.800 parole) per sostituire la “Costituzione” europea (448 articoli e 63.000 parole) pronunciamento popolare, attraverso sonoramente silurata dal referendum, prima dei francesi e poi degli olandesi nel 2005. Quanto ai contenuti e alla loro intellegibilità valgano, nell’ordine, il commento del presidente della Convenzione europea Valery Giscard d’Estaing, per il quale le differenze tra Costituzione e Trattato di Lisbona sono meramente “cosmetiche”; e il giudizio del think thank “Openeurope”, per il quale il Trattato è identico per il 96% alla “riformata”(?) Costituzione. Altresì è opportuno immediatamente chiarire che, sempre in chiave “cosmetica”, per accontentare la presa di posizione di Sarkozy (versione gallica dell’italico “gattopardismo”) di una attenuazione della centralità della religione della libera concorrenza che informa la filosofia economica della Eu e che ha costituito il sostanziale motivo della ripulsa referendaria franco-olandese, ogni riferimento a questo principio viene espunto dal corpus del Trattato per essere tal quel recepito in un protocollo aggiuntivo.
Il vulnus sul cammino del Trattato è giuridicamente mortale in quanto per la sua attuazione è prevista la sua ratifica da parte di tutti i 27 Stati dell’Europa entro il 2009, anno delle elezioni del nuovo Parlamento europeo.

L’interpretazione che viene data della crisi è svolta in chiave politico-istituzionale, assumendo senza dubbio alcuno che essa interrompa un necessario quanto sacrosanto e auspicabile percorso. La cui meta finale sarebbe l’unificazione politica ed economica dell’Europa, non meglio identificando natura, limiti, confini, omogeneità culturale e progettualità di tale unificazione, se non nel senso di acritica convergenza tra dispiegato liberismo e democrazia; come se i due concetti fossero “primitivi”e si tenessero necessariamente e vicendevolmente insieme, come la forma e la sostanza nella dottrina ontologica di Aristotele e relativa concezione della entelechia (perfezione finale). Ma Aristotele è il fondatore della logica e del principio di (non) contraddizione (PNC), e qui gli apologeti dell’Europa così come è e la si vuole, cioè l’Europa dei capitali, e neanche più di quelli “produttivi” ma del parassitario e mortifero capitale finanziario, svelano il loro inconscio falsamente democratico avendo pronto “il piano B”: proseguire con le ratifiche del trattato di Lisbona per vie parlamentari dei rimanenti 8 Paesi. Semplicemente rimuovendo o tentando di far dimenticare che il “popolo” attraverso la forma più pura della democrazia diretta, cioè per mezzo del referendum, tutte le volte che è stato chiamato ad esprimersi non già per la sua Europa, quella dei lavoratori, non ha ingoiato il rospo che la sua malfidata “classe dirigente”, o meglio di quella che la rappresenta nella dimensione della politica deteriore, ha cercato di fargli ingoiare. Ma il “piano B” tradisce il mandato e i limiti espliciti contenuti nel Trattato stesso. Richiedendo quest’ultimo l’unanimità dei consensi degli Stati che lo hanno sottoscritto (quindi dell’Italia), compresa la circostanza della forma referendaria e non parlamentare richiesta (e concessale) dall’Irlanda per la approvazione del Trattato. E che ad una tale sollecitazione del così detto “piano B” faccia ricorso il capo dello Stato italiano - e quindi il custode della Magna Carta del nostro “Bel Paese” e del principio (Severino Boezio) cui essa rimanda con l’art.10 comma 1, per cui “Pacta sunt servanda”1- nonché un professore di diritto come Giuliano Amato e l’ex premier Prodi (tacito padrino come presidente della Commissione europea alla famigerata “Direttiva Bolkestein”, bloccata a furor di popolo), per non dire della condivisione del “piano B” dell’ “alterno” Sarkozy (privato dal “no” irlandese della presidenza francese prevista dal Trattato per Luglio prossimo) 2, deve dirla lunga sulle taciute virtù con cui la democrazia viene evocata come indissolubile componente dialettica delle “indiscutibili” capacità taumaturgiche dell’economia di mercato.

Dobbiamo a tal proposito aggiornare quanto abbiamo già segnalato, ricordando come in pieno clima di “globalizzazione” studi empirici confermino che le economie di mercato intanto eccelgono nell’agone internazionale quanto più “canagliescamente” si caratterizzano nell’allontanarsi dalla democrazia. Per ultimo Robert B. Reich (Supercapitalismo, Fazi, Roma, 2008) ex consigliere economico di Clinton, avverte dei paradossi antidemocratici della libera concorrenza che accoppierebbe alla crescita del lobbying da parte di innovatori monopolisti, l’intensificazione del degrado delle condizioni lavorative a causa del crescente potere degli utenti, che in quanto consumatori in costante ricerca dei minori prezzi si auto-infliggerebbero una tale spirale punitiva nella loro qualità di lavoratori. In verità Reich trascura la geniale intuizione schumpeteriana che vede nel tardo capitalismo monopolistico l’emergere sul piano politico del “mercato del voto”, con connessa deriva autoritaria mascherata da democrazia per il prevalere anche nel predetto mercato del voto del dominio del più forte, risultando anche qui il “consumatore” qua “cittadino votante” nient’altro che un caso di specie rientrante nella più generale critica di Schumpeter alla “favola” della “sovranità del consumatore” nei confronti dello strapotere che ha l’offerta nel subordinarsi la relativa domanda, nella logica del “libero” mercato capitalistico.
Non è qui il luogo per approfondire la questione in argomento sul piano del diritto, né l’argomento ci riguarda sul piano giuridico al di là di quanto abbiamo detto. Solo una osservazione di tipo politologico ci preme aggiungere. Nel mentre nelle parole del presidente Napolitano, per il quale non “… si può pensare che la decisione di poco più della metà degli elettori di un Paese che rappresenta meno dell’1% della popolazione dell’Unione possa arrestare l’indispensabile e non più procrastinabile, processo di riforma”3 dell’Unione europea affidato al trattato (abbiamo accennato con quante “ radicali novazioni” rispetto alla bocciata Costituzione) si deve constatare una sorta di coerenza leninista4 nella sua assoluta indifferenza e spregio nei confronti della “minoranza” del “no” irlandese minoranza che pour cause non viene minimamente sospettata di avere carattere logico-politico additivo con quella della bocciatura referendaria franco-olandese del 2005 sulla “Costituzione europea”5- ancora sul nesso democrazia/liberismo deve far riflettere il criptoleninismo di tutti i “liberali” d’Europa schierati a favore del “piano B”. Rapportando questo inconscio “tic”, rivelatore di rimosse pulsioni verso il “centralismo democratico”, al pensiero di un indubitabile e universalmente riconosciuto teorico del liberismo e della democrazia, von Hayek in tema di “maggioranza e democrazia”, che in quanto insignito del Nobel per l’economia ci traghetterà su un terreno ben più chiarificatore di quello politico-istituzionale circa i pericoli che l’Europa dei tanto falsi liberali, quanto certamente filoliberisti, porta con sé.

In una “lecture” dedicata alle preoccupazioni di Hayek sulla progressiva decomposizione del concetto di democrazia e al degrado che questa ha subito nelle sue concrete e storiche applicazioni, il massimo esponente della “scuola austriaca”, tra l’altro, afferma: “… si è creduto che il controllo del governo dei rappresentanti eletti della maggioranza renda superflua ogni altra verifica del potere del governo… Così è sorta la democrazia illimitata, ed è proprio la democrazia illimitata , non già la democrazia, il problema odierno. Tutta la democrazia che noi conosciamo oggi in Occidente è più o meno una democrazia illimitata… Mentre personalmente credo che una decisione democratica su ogni argomento su cui ci sia un accordo generale che richieda una qualche azione necessaria del governo, è un indispensabile metodo di pacifico cambiamento, sono anche convinto che una forma di governo in cui una qualche maggioranza temporanea può decidere che qualunque materia gli piaccia debba essere riguardata come un affare che interessa tutti (“commons affaire”) e soggetta alla sua discrezione sia un’abominia.”.6 Si tratta dell’essenza di quanto ha portato Hayek a diagnosticare della deriva della democrazia in forma di “dittatura della maggioranza sulla minoranza”7 ben racchiusa nell’alternativa esclusiva da lui indicata con le parole: “Possiamo avere o un parlamento libero o un popolo libero”8 convergendo con Schumpeter circa l’imporsi nel tardo capitalismo del paradigma del “mercato del voto” e quindi nel convincimento per cui “ gli uomini politici cedono tanto volentieri quanto più la distribuzione dei privilegi consente di comprare il voto dei sostenitori.”9
Prima di passare all’interpretazione economica dell’esito del referendum irlandese, ci preme qualche veloce accenno alle forze politiche italiane non allineate al filoeuropeismo imperante.

Per quanto riguarda l’esultanza della Lega restano tutti i dubbi sull’arcana posizione di questo raggruppamento che al suo euroscetticismo non offre contenuti alternativi di un qualche significativo spessore. Si tratta di un tifare contro qualcosa senza sapere a favore di chi e per quale altro progetto sostantivo. Una contrarietà di cui ogni avversario vorrebbe assicurarsi i “contenuti”(?).
Di quel che resta della sedicente “sinistra alternativa” (ringraziando la scomparsa dei rentiers della nostalgia di comunismo) non è dato imbattersi in altro che nell’irrisolta e fragorosa, e certamente vergognosa sul piano intellettuale, contraddizione di quanti sentono di dover andare oltre la denuncia del non più sopportabile deficit di democrazia nella costruzione europea, mettendo in relazione il “no” dell’Eire al Trattato di Lisbona con la “globalizzazione”, senza però aver preso le distanze necessarie dal principio che la informa e sostanzia: il free trade . Continuando a tal proposito a recitare implicitamente e con malafede intellettuale, appunto, la propria continuità con l’infondata tradizione filoliberoscambista della “sinistra” di ascendenza marxista ma, proprio perciò, falsamente marxiana. Nel caso cui intendiamo riferirci, addirittura accettando i termini del falso paradosso su cui si incentra lo stupore degli europeisti da barzelletta: quoque tu “Celtic Tiger? Paradosso che consisterebbe nel fatto che è stato grazie all’integrazione economica europea e alle risorse europee di cui ha beneficiato che l’Irlanda, da Cenerentola del Vecchio Continente in termini di sviluppo, sia diventata artefice del “miracolo” che l’ha vista in pochi anni primeggiare tra le nazioni più sviluppate del mondo.10 Questa posizione è persino più ingenua sul piano del credito concesso alle virtù della globalizzazione dell’invero esilarante “contributo”di Padoa Schioppa che dal suo ennesimo dorato “posticino” (questa volta a Parigi) trovatogli per distrarlo dalle difficoltà economiche che condivide con i colleghi pensionati italiani, intervistato sul referendum in discussione, pur riconoscendo che “ … la concorrenza internazionale tende a colpire piuttosto l’industria che i servizi. Più le tute blu che i colletti bianchi”, attribuisce la causa del malaugurato vulnus inferto all’Unione ad una irrazionale “ reazione identitaria” che arriverebbe sino al masochistico esito di una “certa miopia riguardo ai propri interessi”11. Un vero capolavoro di logica di un personaggio che è stato ministro dell’Economia, il quale proprio non riesce a capire come i lavoratori irlandesi, colpiti dalla “globalizzazione”, avendone l’opportunità se ne vogliano tirar fuori! Una volta si diceva: “roba da matti!”.

Vediamo in cosa consiste la performance economica de “la nuova Silicon Valley” come viene anche detta l’Irlanda. Prova provata delle “meraviglie” del libero mercato capitalistico nelle sue manifestazioni internazionali, insomma degli “universali benefici” della “globalizzazione”. Si tratta dei dati aggregati (naturalmente) cui rimanda il presunto paradosso del beneficiato che si rivolta contro il benefattore degli arrabbiati del “piano B”.
Più alta crescita economica (aumento medio del PIL reale), 7,4 % , rispetto ai paesi di più antico lignaggio capitalistico (OCSE) nel decennio 1995-2005 (nello stesso periodo il dato straordinario della Cina è stato del 9%). Sesto posto nella graduatoria mondiale del PIL pro capite ($49.220) dove l’Italia è 25esima e la Francia e la Germania occupano rispettivamente il 21esimo e 23esimo posto e il Regno Unito il 16esimo, ovvero il 36%, rispetto al proprio PIL, in meno dell’antico “colonia interna” 12. Nel 1992 il PIL era del 20% inferiore alla media europea, dieci anni dopo era del 4% superiore alla media europea, testimoniando il veloce passaggio dall’ “arretratezza economica” all’eccellenza nello sviluppo. Nel 1991 la disoccupazione raggiungeva il 20,4% nel mentre nel 2006 è stata del 4,3%. Fin qui gli ingredienti che hanno fatto parlare di Celtic Tiger, per l’analogo affrancamento dal sottosviluppo delle “Tigri Asiatiche”. Ma occorre ora guardare a chi ha beneficiato di una tanto portentosa accumulazione del capitale. Si capisce allora, e senza le contraddizioni di Padoa Schioppa, in modo del tutto chiaro ciò che tutti gli europeisti oltranzisti e vessilliferi del “piano B” tacciono e che gli studi più importanti evidenziano: la verde Repubblica irlandese ha la peggiore concentrazione del reddito dei Paesi a capitalismo “maturo”, seconda solo a quella degli Usa affidata alle più sfrenate politiche neoliberiste.13 Nell’Eire ben il 20% della popolazione è a rischio di povertà e quel che più rileva e rivela è il fatto che da quando il miracolo economico irlandese ha preso corpo le disuguaglianze sociali sono sostanzialmente rimaste quelle dello status quo ante il “miracolo economico”, con condizioni lavorative pessime, dove per cercare lavoro la precarietà dello stesso, ineliminabile altra faccia della sua flessibilità, è e resta condicio sine qua non per trovarlo. Nella Repubblica d’Irlanda sono affluite nel periodo del “miracolo” oltre 1.000 imprese multinazionali a testimoniare che un quarto degli investimenti esteri si sono diretti in questa nazione, che conta poco più abitanti (4 milioni) della “grande Napoli”. Insomma alla base del rifiuto irlandese all’Europa del capitalismo putrescente e delle banche dispensatrici di immondizia finanziaria (di questo si tratta quando si parla di “subprime”) v’è la prova di laboratorio di quanto andiamo denunciando sulla totale infondatezza scientifica del principio del libero commercio (free trade) e dei supposti “vantaggi comparati” (teorema dei) di tutti gli scambisti che animano il mercato internazionale.

Argomenti forniti nelle facoltà di economia di tutte le università del mondo, autentiche “madrasse” del “pensiero unico” neoliberista, a favore dei protagonisti e supporter della “globalizzazione” che su tali principi ritiene di potersi legittimare. Supporter su cui primeggia un personale politico totalmente asservito agli interessi dei pochissimi sulla stragrande maggioranza dell’umanità. E ciò a tutte le scale geografiche in cui si dispiega la “globalizzazione”. Come dimostra quanto si è materializzato in termini di iniqua distribuzione del reddito nella Celtic Tiger, come documenta la ricerca pubblicata su “Review of Income and Wealth”, Vol. 51, n.4, december 2005 ad opera di B.Nolan e T. Smeeding nel saggio Ireland,s Income Distribution in Comparative Perspective (pp.537-560), dove si dimostra come le masse lavoratrici irlandesi abbiano ricevuto, quali novelli Lazzaro alla tavola della “globalizzazione”, le briciole rispetto ai pochi ricchi Epulone: “… L’Irlanda resta un caso isolato in Europa non avendo la sua crescita influenzato sensibilmente il suo piazzamento in termini di ineguale distribuzione del reddito” nell’arco di tempo in cui si è passati dall’arretratezza economica all’eccellenza in termini di intensità e velocità del suo sviluppo economico.
Naturalmente a tutto questo sfacelo di regresso economico e sociale, cui non sfugge la preoccupante crisi della declinazione virtuosa capitalismo/democrazia, con quest’ultima che assume sempre più connotati autoritari, non basta come non è mai bastato, contrapporre, a mo’ delle “anime belle” che intendono riservarsi ancora un posto in nome di una opzione progressista nel banchetto del Parlamento europeo di prossima designazione, il vago ed equivoco rimando ad un’ “altra Europa”, magari dei popoli e/o dei lavoratori. Così si resta nella trappola degli slogan. Abbiamo proposto con basi rigorose l’esigenza di un “protezionismo illuminato” (a´ la Dewey), o se si preferisce una deglobalizzazione scientificamente motivata14, su scala europea non potendosi realisticamente in questa fase storica perseguire una pianificazione internazionale per una diversa divisione internazionale del lavoro.
Si tratta di trovare un “principe”, nel senso attualizzato e quanto mai problematico oggi di Machiavelli, che abbia la forza storica e politica per attuare un tale programma minimo al fine di fermare la barbarie in corso. Avere chiarezza su i veri problemi è l’unico modo per offrire e offrirci una speranza nel futuro.

Fonte: Rinascita.info

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