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16 marzo 2009

BCE: MEZZA EUROPA AD OLTRE IL 3% DI DEFICIT NEL 2009

di Diana Pugliese

L’Europa conferma l’aggravarsi della recessione ma non rinuncia a tentare di imporre le solite ricette liberiste ai governi del Vecchio Continente, Italia compresa. Dopo il monito lanciato nei giorni scorsi all’Italia sulla necessità di fare una nuova (l’ennesima!) riforma delle pensioni - a ben vedere già ampiamente tagliate in termini di diritti - l’esecutivo Ue non ha rinunciato ad ammonire i Paesi membri sull’importanza di mantenere i saldi di bilancio entro i limiti previsti dal Trattato di Maastricht. Su sedici Paesi di Eurolandia, si legge nelle previsioni della Commissione, ben dieci si attesteranno al di sopra del 3% nel rapporto deficit-Pil nel 2010. “Il deterioramento dei conti pubblici è diffuso nei Paesi dell’area euro”, ha ammesso la Commissione: secondo le attuali stime Irlanda, Grecia, Spagna, Francia, Italia, Portogallo e Slovenia supereranno già da quest’anno “il valore di riferimento del 3% del Pil, rimanendone al di sopra nel 2010 (ad eccezione della Slovenia)”. Nel 2010 si uniranno ad essi Belgio, Germania, Austria e Slovacchia e, come prevede il Bollettino della Bce, a sforare il tetto entro il 2010 potrebbero essere ben dieci dei sedici Paesi membri dell’area dell’euro. Una prospettiva che finisce per supportare il gioco di sponda tra Bruxelles e Francoforte sulla necessità di “scadenze chiare” per la correzione dei disavanzi eccessivi, in barba all’evidente straordinarietà della crisi in atto e richieda alla necessità di misure e logiche fuori dalla norma. Il Consiglio direttivo, si legge infatti nel bollettino della Banca centrale europea, “sostiene la Commissione europea nell’intento di avviare procedure per disavanzi eccessivi nei confronti di diversi Paesi” e ritiene importante, “al fine di preservare la credibilità del quadro per la sorveglianza dei conti pubblici nell’Ue”, che vengano “fissate scadenze chiare per la correzione dei disavanzi eccessivi e che i piani di risanamento si fondino su misure strutturali incisive e ben definite”. Una perifrasi che, in sostanza, significa riforma delle pensioni, privatizzazioni e via discorrendo.
Commentando gli effetti della crisi sulle politiche di bilancio, la Bce evidenzia nel documento che “gli aggiornamenti dei programmi di stabilità dei Paesi dell’area dell’euro e gli addenda recenti” confermano “la prospettiva di un brusco deterioramento generalizzato delle finanze pubbliche all’interno dell’area” e invita i governi a “compiere un percorso di risanamento per il ripristino di solide posizioni di bilancio, nel pieno rispetto del Patto di stabilità e crescita”. Per i banchieri di Francoforte, ciò è necessario per “mantenere la fiducia del pubblico nella sostenibilità dei conti, importante sia per la ripresa economica, sia a beneficio della crescita nel lungo periodo”.
Che la situazione sia molto difficile e che quindi anche i conti peggioreranno inevitabilmenteè dunque chiaro, sia per la Commissione sia per la Bce. Secondo le stime contenute nel Bollettino, il Pil di Eurolandia dovrebbe registrare nel 2009 una caduta compresa tra il 3,2% e il 2,2%, per poi migliorare nel 2010, anno in cui nella zona euro è attesa “una graduale ripresa” e una crescita compresa fra il meno 0,7% e il più 0,7%. “In entrambi gli anni - si legge nel documento - il tasso di incremento del Pil subirà una riduzione significativa per gli effetti negativi di trascinamento dell’anno precedente”.
Per gli economisti di Francoforte, però, la ripresa del 2010 dipenderà dagli “effetti delle ingenti misure di stimolo macroeconomico in atto” (tutti ancora da vedere…) nonché dagli “interventi” attuati sia all’interno che all’esterno di Eurolandia per ripristinare il funzionamento del sistema finanziario. A sostenere nel prossimo futuro i consumi e il reddito disponibile reale, per Francoforte, contribuirà invece (solo) il calo dei prezzi delle materie prime.
La logica degli euroburocrati è chiara: mentre i cittadini europei devono fare sacrifici per rispettare il Patto di Stabilità - un vincolo che peraltro nemmeno gli Usa si auto-impongono a sostegno della credibilità del dollaro con la conseguenza di esportare i loro debiti in Europa e nel resto del mondo - gli economisti della Bce possono tranquillamente dimostrarsi impotenti di fronte alla crisi, ammettendo di non possedere strumenti adeguati di contrasto.
Preoccupati più di salvare il ‘lavoro’ svolto finora sul fronte dell’inflazione e dell’apertura dei mercati e della concorrenza - politiche dimostratesi fallimentare rispetto agli scopi perseguiti - i banchieri di Francoforte sembrano auspicare infatti il perpetrarsi della crisi piuttosto che una rapida ripresa dell’economia. “È essenziale che le misure di sostegno adottate dai governi non distorcano la concorrenza e non ritardino l’adeguamento strutturale necessario ed è fondamentale evitare misure protezionistiche”, si legge nel bollettino della Bce, nel quale si ribadisce anche che “nel settore delle politiche strutturali resta importante perseguire politiche economiche in linea con il principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”. “Astenersi dal protezionismo sarà indispensabile per consentire all’economia mondiale di superare con maggiore rapidità la crisi”, sostengono i tecnici della Bce, rilanciando i negoziati del Doha Round come “tappa saliente verso la maggiore integrazione e apertura dell’economia mondiale a beneficio di tutti”.
Commentando l’ultimo taglio del costo del denaro del 5 marzo scorso, inoltre, il Consiglio direttivo dell’istituto ha ammesso candidamente che l’obiettivo della misura non era di stimolare la crescita ma di mantenere la stabilità dei prezzi e il potere d’acquisto delle famiglie nel medio periodo, come prevede lo stesso statuto della Bce che mira ad un tasso di inflazione inferiore al 2%. E stando alle stime della banca centrale, intorno alla metà del 2009 l’inflazione dovrebbe scendere temporaneamente sotto lo zero, con un tasso di incremento annuo compreso fra lo 0,1 e lo 0,7%. Poco conta per Francoforte che la flessione è legata più alla caduta dei prezzi dei beni energetici e del reddito… e dunque alla crisi. Continueremo ad “assicurare il saldo ancoraggio delle aspettative di inflazione a medio termine, che favorisce la crescita sostenibile e l’occupazione e contribuisce alla stabilità finanziaria”, recita il bollettino, ignorando bellamente gli effetti dello stillicidio occupazionale, la crisi del sistema produttivo e il conseguente grave calo del reddito disponibile.
Contro la crisi, ha ammesso al contempo la Bce, sul fronte della politica monetaria “non vi è margine di manovra per adottare ulteriori misure di stimolo” poiché, “allo stato attuale, potrebbero nuocere al clima di fiducia”. Non resta dunque che la politica fiscale, sulla quale però, parlando dei piani di stimolo fiscale, ha ammonito i governi a tener presente i considerevoli stabilizzatori automatici dell’area euro e gli impegni “considerevoli” già presi a sostegno del sistema bancario, che non rientrano nei calcoli del disavanzo o del debito ma che avranno “un impatto diretto su entrambi, nel momento in cui si rendesse necessario dar loro seguito”. Le misure fiscali comunque – ed ecco l’ennesimo consiglio ‘vincolante’ della Bce - saranno più efficaci “se tempestive, mirate e temporanee”…
Pur avendo armi spuntate contro la crisi del secolo, insomma, gli euroburocrati di Francoforte confermano ancora una volta che ciò che conta di più per loro è che venga fatto un risanamento “più ambizioso” laddove le pressioni sui mercati finanziari sono più “forti”. Come a dire: l’economia salvi la finanza, tramite lo Stato!

Fonte: Rinascita.info

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