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31 gennaio 2009

IL "DNA" DELLA PAURA


Roberto Maroni, ministro dell'Interno (condannato per aver morso la caviglia di un poliziotto), all'assemblea annuale dell'Unicef a Roma, ha dichiarato: "Abbiamo delle evidenze di traffici" di organi "di minori (di migranti) che sono presenti e sono stati rintracciati in Italia". Ha aggiunto poi: "Uno dei mezzi più efficaci che useremo adesso sarà l'attuazione di un accordo internazionale, quello di Prum, che istituisce in Italia la banca dati nazionali del Dna, come anche negli altri paesi europei. Potremo contrastare meglio il fenomeno con questi strumenti". La storia è sempre la stessa, si favorisce il flusso di stranieri nel paese, con i media si dipingono come un grande pericolo, per poi trovare la soluzione il cui scopo è sempre lo stesso: controllare le grandi masse. Il trattato di Schengen ha abolito i confini territoriali, per permettere agli stranieri il libero ingresso. Le disposizioni dell’accordo di Schengen prevedono l’abolizione dei controlli alle frontiere interne degli Stati membri facenti parte dello spazio Schengen (attualmente sono 13 Stati membri dell’UE:Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Svezia, inoltre anche la Norvegia e l'Islanda hanno aderito). Questo comporta un'inevitabile aumento della criminalità, che per il potere è una vera manna, perchè? Chi governa ha capito da tempo che la paura può essere sfruttata, perchè controllare le paure dei cittadini, vuol dire controllare gli stessi cittadini. Se si crea panico tra la gente e più semplice giustificare il loro progetto: l'instaurazione di un esasperato controllo dell'individuo.
Negli ultimi anni hanno lavorato molto in questo senso. Nel 2004 i ministri dell'interno di Italia, Francia, Spagna, Germania e Regno Unito, si incontrarono a Firenze per tracciare le linee guida delle "regole per la sicurezza ai cittadini europei". Riunione informale, ma di grande peso politico. Tra le proposte discusse quella di inserire sui passaporti emessi dagli stati dell'Ue, le impronte digitali. Loro dicono che è un passo importante per rafforzare la sicurezza, ma la cosa su cui riflettere è che chi ci governa sia in Italia che in Europa fa bello e il cattivo tempo, forse non tutti capiscono che "prima trovano la soluzione" e dopo ci creano il problema in modo che accettiamo di buon grado, in realtà ci piombano addosso decisioni dittatoriali che farebbero diventare l'Europa una fortezza intollerante da superstato di polizia. La gente spaventata, non per i crimini commessi dagli stranieri, ma per il modo in sui vengono ossessivamente raccontati dai media, è pronta a credere che chi propone le "impronte digitali" sul documento d'identità, lo faccia per la sicurezza, ma non è così, si cerca di farlo passare come un provvedimento per gli immigrati, poi qualcun altro comincia a dire che andrebbe bene per tutti i cittadini, e mentre ci si abitua gradualmente all'idea, nessuno vede che quello era il fine ultimo e non una conseguenza. Come nel gioco delle tre carte, quella della causa e dell'effetto vengono mescolate tra lor0, mentre quella della libertà sparisce e non si trova più. Il Trattato di Prüm contiene disposizioni particolari che riguardano, ad esempio, l’istituzione di "schedari nazionali di analisi DNA", l’accesso "ai dati d’identificazione dattiloscopica" e molto di più; a quanto sembra, in questa fase storica (studiata ad arte), il rispetto dei diritti del singolo individuo può essere semplicemente superato con la rivendicazione di presunte esigenze di pubblica sicurezza e solo pochi si preoccupano dell’effettivo impatto di questa legislazione sulla libertà di tutti i cittadini.

30 gennaio 2009

L'ESTINZIONE DELL'UOMO...DI DAVOS


Davos parte con pessimismo sulla possibilità della fine della crisi.

CLAUDI PÉREZ (INVIATO SPECIALE) - Davos - 28/01/2009

Gli esecutivi non intravedono un recupero fino al 2012.

Parte Davos nel mezzo della peggiore crisi finanziaria, sempre più economica degli ultimi 80 anni e nelle strade dell' esclusiva stazione alpina svizzera, ovunque si guardi, appare il modesto slogan del Foro Economico Mondiale: "Compromessi per migliorare lo stato del mondo". Così se la giocano l' elites. Oltre 2000 alti esecutivi, economisti e politici, una cifra senza precedenti, si danno appuntamento da oggi in un antica clinica per tubercolosi ricostruita in un hotel di lusso. L'obiettivo: Ridisegnare il mondo posteriore alla crisi.

Non sarà facile. L’ottimismo è stato uno dei segni di identità di Davos: appena si era parlato di problemi nel 2007, quando le “ipoteche pazze” americane erano sul punto di esplodere.

Perfino nel 2008 nel Foro si discuteva tra l’indecisione di una recessione o la possibilità che tutto rimanesse in una semplice crisi. Le prospettive, adesso sono molto più buie. In quello che sembra essere la sparata di uscita del Foro, PriceWaterhouseCoopers ha presentato ieri un resoconto demolitore con le opionioni di un migliaio di consiglieri Usa ed europei. Le aspettative di affari si sono ridotte in modo sostanziale. ”Se posso dormire bene tre notti nei prossimi 12 mesi considererò il 2009 una vittoria” afferma con tono teatrale John Donahoe, presidente dell’azienda online e-Bay.

Ma Davos è un rituale, e la risposta dell'elite del mondo imprenditoriale e politico è stata una presenza da record. Mancavano alcune delle potenti banche Usa di qualche anno fa, diminuite dalle turbolenze che hanno spazzato via Merrill Lynch, Bear Stearns e Lehman Brothers, mancava anche il leader degli U2, uno degli abituè, e le grandi star di Hollywood, grandi animatori delle feste di Davos.

E comunque anche così, ci sono quasi 2.500 assistenti, che costano intorno ai 40.000 euro per la permanenza in Svizzera. In mancanza di alcuni dei nomi che hanno dato prestigio a Davos, il foro punta quest’anno verso altri luoghi. L’apertura dell’edizione 2009 la dice lunga sul giro che stanno prendendo alcune cose: il primo ministro russo, Vladimir Putin e il primo ministro cinese, Wen Jiabao, saranno gli incaricati ad "aprire il fuoco". Le stars invitate sono artisti cinesi e di Bollywood(India).

Fonte: EL PAIS

Articolo da leggere:
http://etleboro.blogspot.com/2009/01/una-bad-bank-per-nascondere-il-marcio.html

FACEBOOK: EFFETTI COLLATERALI



Diffondere informazioni personali alla leggera è una pratica che prima o poi si paga
: il mezzo va usato con consapevolezza per non doversene poi pentire in futuro e rischiare addirittura il posto di lavoro.

Il Garante per la protezione dei dati personali è preoccupato: secondo i rilevamenti del 13 gennaio scorso quasi sei milioni e mezzo di italiani sono rimasti affascinati da Facebook e non si rendono conto dei rischi che corrono regalando al mondo informazioni sensibili.

Per questo, in occasione della Giornata Europea per la privacy svoltasi mercoledì 28 gennaio, Francesco Pizzetti - presidente dell'Autorità Garante - ha deciso di fare chiarezza dando alcuni consigli.

In realtà il Garante non dice nulla di nuovo o sconvolgente: si tratta di raccomandazioni dettate dal buon senso e che implicano un uso cosciente del mezzo.

I comportamenti principali suggeriti agli utenti vanno dall'autogoverno (ossia pensarci bene prima di pubblicare dati personali) all'uso consapevole (ricordarsi che su quanto viene pubblicato, anche a causa dei motori di ricerca, non c'è praticamente nessun controllo: anche a distanza di anni ciò che si credeva cancellato può riemergere).

Pizzetti suggerisce poi di usare per i social network username e password diversi da quelli utilizzati per altri servizi (posta elettronica, accesso alla banca online), di non pubblicare informazioni personali relative a terzi senza il loro consenso (si rischiano guai anche dal punto di vista penale) e di informarsi sulle garanzie offerte dal fornitore del servizio, impostando al minimo la disponibilità pubblica di informazioni.

Anche chi gestisce i social network ha degli obblighi: deve adottare piattaforme che rispettano la privacy e informare gli utenti sulle conseguenze derivanti dalla pubblicazione dei dati personali; inoltre deve fare in modo che gli utenti possano decidere autonomamente il livello di visibilità del proprio profilo ed escludere dai motori di ricerca le informazioni inserite, a meno che non ci sia un consenso esplicito.

Chi seguirà queste semplici regole - dice il Garante - non rischierà di vedersi rifiutato un lavoro a causa di ciò che ingenuamente ha scritto su Facebook (pratica ammessa dal 35% delle aziende intervistate nel corso di una ricerca pubblicata sempre in occasione della Giornata della Privacy) né dovrà fare i salti mortali per cancellare quelle informazioni che non desidera siano più disponibili.

Secondo una ricerca inglese ci sarebbero ben quattro milioni e mezzo di ragazzi tra i 14 e i 21 anni che "rischiano di subire ripercussioni negative sul proprio futuro lavorativo determinato dalle tracce lasciate in Internet", ha affermato Mauro Paissan, componente dell'Autorità Garante. Quindi, massima attenzione su quello che si scrive, anche perché le mode passano.

"Accanto al crescente numero di utenti Facebook" - continua Paissan - "si registra un parallelo aumento delle richieste di uscita dalla Rete. Le persone che hanno già una propria visibilità tendono ora a chiamarsi fuori. Il non essere su Facebook diviene oggi segno di distinzione, il contrario di qualche mese fa".

Fonte: www.zeusnews.com

29 gennaio 2009

ARCHIVIO GENCHI: PALETTI POLITICALLY CORRET!


Sull’affaire dell’archivio Genchi, il presidente del Consiglio si sta spianando la strada per arrivare velocemente ad una riforma che regoli tutto il sistema delle intercettazioni. Anzi che limiti il più possibile il campo d’azione dei pm in materia di grande orecchio.
E l’allarme lanciato da Berlusconi si prefigge proprio questo obiettivo, trovando anche la collaborazione dell’opposizione, per via delle inchieste che hanno coinvolto diverse giunte di centrosinistra. Quindi l’interesse per sottrarsi al grande orecchio è comune. Il cospicuo dossier di tabulati costruito nel corso degli anni dal mago dell’informatica Genchi, collaboratore di diverse procure che gli affidavano l’incarico di sottoporre a controllo le utenze di politici, magistrati, imprenditori, grandi ufficiali dei diversi corpi dello Stato, etc., fa paura per via della possibile diffusione sui media di colloqui privati. Discussioni che il più volte non hanno nulla a che vedere con le indagini ma che hanno un effetto mediatico devastante, come successo in molti casi. Quindi, la cosiddetta pesca a strascico, attuata spesso dai pm, non è un buon metodo d’indagine. Invece chi sta lavorando… bene è il governo, almeno così dice il ministro della Difesa. “Stiamo lavorando bene e siamo a buon punto” questo il convincimento di La Russa “La posizione di Alleanza nazionale è nota e condivisa anche da altri alleati: anziché mettersi a fare la lista dei reati per cui le intercettazioni sono ammesse o vietate è molto meglio eliminare gli abusi nella pubblicazione, anche di quelle che non servono alle indagini o quelle che sembrano più una pesca a strascico che utili a indagini mirate”. L’intento è quello di porre la questione nel prossimo Cdm. Comunque la posizione di An denota che tra gli alleati la sbandierata linea comune ancora non c’è.
Intanto, il Copasir ha acquisito le migliaia di tabulati dell’archivio Genchi. Tra l’altro l’incontro tra i presidenti di Senato e Camera con il presidente dell’organo parlamentare Francesco Rutelli è servito a fare il punto della situazione.
Nella nota congiunta di Schifani e Fini si esprime “l’apprezzamento per la tempestività e la determinazione con cui il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica sta valutando, in piena unità d’intenti tra tutti i componenti del medesimo, la complessa vicenda legata all’acquisizione degli atti provenienti dalla procura generale di Catanzaro”. Nella nota si fa presente che solo nei prossimi giorni, anche alla luce delle audizioni previste e della relazione che il Copasir trasmetterà ai presidenti delle Camere, “sarà possibile una valutazione più precisa sulla natura dei fatti e sulle eventuali ulteriori iniziative parlamentari”.
Invece, sulle differenziazioni interne alla maggioranza in merito all’utilizzo delle intercettazioni, l’esponente del Pdl Luigi Vitali ha premesso che l’intento non è quello di impedire l’uso del grande orecchio ma “occorre farne il giusto e corretto utilizzo senza violare la privacy dell’individuo, poiché nel nostro Paese siamo, abituati ad un suo uso su larga scala che comporta tempi troppo lunghi e coinvolgimento di un eccessivo, e talvolta inutile, numero di persone, oltre a spese non più sostenibili”.
Sulla stessa linea si è posizionato il Guardasigilli Angelino Alfano che non ha mancato di puntare l’indice contro i procuratori della Repubblica, che tranne poche eccezioni, troppo spendaccioni ovvero troppo di manica larga nella richiesta di mettere sotto controllo le utenze di possibili sospettati. Chiudiamo con una buona notizia.
Il ministro ombra del Pd Lanfranco Tenaglia dissente dalla proposta del governo di colpire i giornalisti che pubblicano stralci di intercettazioni top secret.
“Non mi pare -ha detto il Guardasigilli ombra- questa la via giusta da seguire: bisogna colpire chi ha la responsabilità della segretezza degli atti processuali e non i giornalisti”. Insomma, siamo al punto di partenza del gioco dell’oca.
Mercoledì 28 Gennaio 2009 – 17:04 – Michele Mendolicchio

Fonte: Rinascita

28 gennaio 2009

USA: UNO STATO DI POLIZIA, E L'ITALIA?

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Questo spot dell'IBM sui microchip (Rfid), sta già andando in onda in Usa...così la gente comincia ad abituarsi all'idea, in modo da trovarla "normale"...ma non lo è RICORDATELO!

Lo scenario che si è instaurato negli Usa, negli ultimi anni a partire dal 2001, è qualcosa che lentamente e gradualmente vedremo anche in Europa, perchè l'elite che governa il mondo non ha mai abbandonato il progetto di Nuovo Ordine Mondiale, ed ora è più prepotente che mai nel volerlo perseguire.
Leggi come il Patriot Act, un documento di 2200 pagine, come denunciato anche da Ron Paul, non è mai stato messo a disposizione di chi doveva votarlo, per conoscerne il contenuto.
Ed è quello che è successo anche in Europa con il Trattato di Lisbona: nessuno dei politici che lo ha votato nei vari paesi conosce il contenuto e la vera portata del documento.
I media corrotti hanno fatto la loro parte non informando e censurando qualsiasi idea contraria.
Con il Patriot Act il diritto alla libertà di parola, di riunirsi pacificamente e alla riservatezza della propria persona, dei propri documenti e dei propri effetti sono stati ridotti a dei "privilegi" che il governo può portar via in qualsiasi momento, ed è quello che sta succedendo in Italia, dove il ministro dell'Interno Roberto Maroni (condannato per resistenza a pubblico ufficiale...cioè alla polizia), dice di "voler tutelare anche il diritto dei cittadini a fruire pacificamente degli spazi della propria citta" che tradotto significa la sterilizzazione dei cortei e somiglia sempre di più ad un divieto di manifestare.
Nel 2002 il Congresso Usa, approva un altro decreto, anche questo mai letto dai votanti, che ha dato vita al Ministero della Sicurezza Nazionale, (DHS). Un apparato per la raccolta di informazioni che ricorda le SS naziste, ha accorpato 22 agenzie federali e le relative banche dati, impiegando quasi 250.000 lavoratori. Ron Paul afferma che "Il Dipartimento rappresenta un aumento del tutto nuovo delle dimensioni e del campo d'azione del governo federale, che servirà principalmente a spiare il popolo degli Stati Uniti".
Il gran finale del fascismo deve ancora arrivare. E certamente non bisogna vedere quello che succede negli States, come qualcosa che non ci riguarda, tutto prima o poi attraversa l'Atlantico, anche la crisi economica sembrava lontana qualche mese fa, ma poi è arrivata in Europa e in Italia, l'Islanda è già alla bancarotta. Siamo già in uno stato di totalitarismo in Italia, ma non ne siamo ancora consapevoli.
Nessun governo totalitario può ritenersi completo senza un sistema di identificazione, che permette al dittatore di avere accesso ad informazioni di qualsiasi tipo su ogni cittadino schedato nel database nazionale. Nessuno potrà sottrarsi ai piani di controllo del dittatore: si è parlato di impronte digitali, l'hanno scorso, sugli extracomunitari, poi passeranno ad imporle a tutti i cittadini, le carte di identità nazionali con RFID sono state già proposte in Usa e col tempo arriveremo all'impianto di microchip sottocutanei con un sistema di rilevamento satellitare in grado di tenerci sotto controllo 24 ore su 24.

Nel 2005 sempre negli Usa è stata approvata la "Real ID Act", così nei i 50 stati dell'Unione per il 2008, tutti i possessori di patente e carta di identità avranno i propri dati biometrici e ogni altro tipo di informazione personale inserita direttamente nell'archivio nazionale. Il membro del Congresso Ron Paul dice che queste nuove carte di identità saranno probabilmente dotate di un sistema di identificazione e rilevamento a radio frequenza in modo da poter essere scannerizzate a distanza, permettendo ai governi di Stati Uniti, Canada e Messico di localizzare rapidamente qualsiasi Americano in possesso di questa carta.
Le banche sono le prime a sostenere l'iniziativa, perchè in questo modo anziché utilizzare la carta di credito, la gente potrà fare acquisti mostrando la propria carta d'identità biometrica nazionale. Queste transazioni andranno poi a finire nell'archivio federale, permettendo ai "controllori" di valutare le nostre intenzioni monitorando i nostri acquisti.
Ma questo sarà solo l'inizio.
Da molti anni la CIA collabora con società private, per sviluppare dei congegni sottocutanei a radio frequenza da inserire sottopelle, allo scopo di identificare un soggetto. Da anni sono pronti dei transponder d'identificazione iniettabili con siringa, come si è visto da un prototipo completato nel 1995 dalla compagnia aerea Hughes (legata alla CIA).
Per lanciare sul mercato questi sistemi di identificazione ad innesto "per la nuova sicurezza nazionale" è stata scelta l'Applied Digital Solutions (ADS).
Uno dei principali finanziatori dell'ADS è l'IBM, che ha prodotto un sistema di identità globale. L'IBM, come molti ricorderanno, fornì alla Germania nazista tecnologie ed attrezzature che permisero ad Hitler di numerare e schedare i prigionieri nei campi di concentramento.
Il Forum Economico Mondiale, ha dato molti riconoscimenti all'ADS per i traguardi tecnologici raggiunti, intanto anche in Europa molte nazioni stanno avviando dei sistemi di identificazione elettronica per futuri chip ad impianto.
Questi sistemi porteranno ad una nuova forma di schiavitù basata sul controllo locale e globale e rappresentano la più grande minaccia alla libertà personale che si sia mai vista nella storia dell'umanità. Col tempo, ai cittadini che si rifiutano di accettare i microchip d'identificazione verrà negato l'accesso a servizi e benefici da parte dei militari che supervisionano il sistema d'identificazione nazionale.
Il microchip per le comunicazioni può anche essere usato per indurre delle modifiche comportamentali. La CIA da decenni utilizza varie frequenze di microonde per scombussolare e confondere il cervello umano allo scopo di indurre determinate forme di comportamento.
Sicuramente è il momento di fermarsi ed riflettere con attenzione su questa orrenda prospettiva in cui s' inganna, si raggira, si fa ammalare ed uccide la gente per guadagnare potere e ricchezze. Bisogna iniziare a riflettere su come voi e la vostra famiglia potreste vivere in un mondo guidato da gente senza scrupoli e dove sono obbligatori congegni d'identificazione a radiofrequenza.
Maggiore sarà il numero di coloro che decideranno di tener duro contro tutto questo, maggiori probabilità avremo di salvarci durante questo ultimo interludio del fascismo nella storia dell'umanità.


27 gennaio 2009

IL 28 GENNAIO: NON LASCIAMOLI SOLI



"Io so che Paolo Borsellino incontrò a Roma Mancino, appena prima della sua morte, e uscì sconvolto dal colloquio.
Io so che la Seconda Repubblica è nata sulle stragi del '93 e su accordi occulti.
Io so che Luigi De Magistris è stato rimosso dai suoi incarichi a Catanzaro ed espropriato delle sue inchieste per impedire che scoppiasse una nuova Tangentopoli.
Io l'anno scorso sono stato a Catanzaro, quando l'attacco dei poteri forti era rivolto principalmente contro Luigi De Magistris, per espropriargli le inchieste "Why Not", "Poseidon", "Toghe Lucane" che poi, in effetti, gli sono state sottratte.Allora dissi che mi recavo a Catanzaro, insieme a tanti altri giovani, come a Forte Alamo perché era per me l'ultimo baluardo della difesa della magistratura.
Purtroppo, da allora sono successe tante altre cose.
Purtroppo questo attacco alla magistratura è andato avanti senza sosta e adesso siamo arrivati addirittura all'eliminazione di un'intera procura.
Adesso siamo arrivati addirittura all'intimidazione di una procura che, legittimamente, indagava su un'altra procura. E quando questa procura legittimamente indagata si è rivoltata, il CSM purtroppo non ha saputo fare di meglio che mandare tutti a casa, senza entrare nel merito di quello che era successo.
E addirittura facendo quello che mai era successo nella storia della Repubblica: sospendere dalle funzioni e dallo stipendio un procuratore capo che non aveva fatto nient'altro che il suo dovere.
Questa è la maniera con cui oggi vengono uccisi i giudici.
Una volta i giudici come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone... quel Paolo Borsellino che a sua volta era stato indagato dal CSM che però non aveva avuto il coraggio, di fronte alla reazione pubblica, di portare avanti questo assassinio.
Oggi purtroppo questa reazione dell'opinione pubblica sembra non esserci più, di conseguenza i poteri forti credono di poter fare quello che vogliono e hanno, obbedendo al diktat del ministro Alfano, fatto un'azione ignobile: uccidere un magistrato come Apicella, come avevano fatto con De Magistris, con Clementina Forleo.
L'hanno ucciso senza bisogno di tritolo, con le carte bollate.
Ieri c'è stata una cosa che mi ha riempito di commozione, una lettera bellissima di Gabriella Nuzzi la quale si è dimessa dall'Associazione Nazionale Magistrati, dicendo che lei può obbedire solo alla propria coscienza, alla Costituzione e continuerà a farlo nonostante le sia stata strappata la funzione di Pubblico Ministero.
E' accanto a questi giudici che noi dobbiamo stare, per questi giudici che dobbiamo scendere in piazza.
Io il 28 gennaio 2009 sarò a Roma insieme all'Associazione dei familiari delle vittime di mafia, insieme spero a tanta gente che vorrà, in questa maniera, resistere a questo regime che si sta instaurando in Italia.
Dobbiamo stare vicini ai magistrati che rappresentano l'ultimo baluardo della democrazia in Italia.
Dobbiamo impedire che altri magistrati vengano uccisi.
Io spero che ci siano tanti altri magistrati che seguano l'esempio di Gabriella Nuzzi. Io sarò vicino a questi magistrati, io sarò vicino a loro perché è così che ritengo di poter stare vicino a Paolo Borsellino e onorare la sua memoria.
Spero che tanti, tanti, tanti altri lo facciano.
Grazie."
Salvatore Borsellino

Manifestazione a sostegno di Apicella

26 gennaio 2009

YES WE CANNOT

Dall'insediamento di Barak Obama alla casa bianca, tutti si sforzano di respirare un'aria di ottimismo e grande fiducia verso le strategie e i provvedimenti che adotterà il leader dell'ultimo impero rimasto.
Molti si chiedono quali saranno i rapporti con il vecchio continente in una fase così delicata per l'economia mondiale, si può prevedere tranquillamente che non saranno rose e fiori, né per gli europei e nè per l’Italia. La sensazione, è che Obama non abbia voglia di occuparsi di politica estera perchè i problemi economici che affliggono gli Usa, hanno sicuramente la priorità assoluta.
Questa situazione potrebbe di fatto lasciare campo libero al nuovo segretario di stato Hillary Clinton. Al di là della facciata di grande coesione e collaborazione del nuovo governo, all'insegna del cambiamento, abbiamo già visto durante la campagna elettorale quanto siano agguerriti tra loro.
Obama è il nuovo presidente che giustamente deve governare un grande paese e un grande impero travolto dai debiti, mentre per Hillary Clinton anche se è svanito il sogno di diventare presidente, non ha pesrso di certo la sua inclinazione a tenere le mani in pasta ad ogni costo, del resto lei ha molta più esperienza a livello politico, è stata lei a muovere i fili di Bill Clinton presidente, come si è detto e supposto molte volte. Di sicuro non è molto incline ad eseguire ordini.
La cosa più importante comunque non sono le loro lotte interne, ma come si porranno verso i paesi europei della Nato. Durante la campaga elettorale, Obama ha visitato Germania, Francia e Inghilterra affermando che "per gli americani l’Europa è una triade delle tre economie più prospere, e non possiamo aspettarci che in futuro Obama scopra improvvisamente di essersi scordato l’Italia reinserendola negli interlocutori privilegiati.
Obama ha dichiarato che le decisioni unilaterali non hanno più motivo di esistere e soprattutto le azioni di politica estera americane saranno concordate con gli alleati, o almeno con quelli ritenuti "importanti interlocutori", quindi l'Italia si ritroverà ancora, come in passato a seguire il suo padrone come un cagnolino con la cosa tra le gambe.
Obama ha già detto che la lotta al terrorismo dovrà vedere un maggiore impegno militare europeo in Afghanistan. Di certo non sarebbe giusto dare un aiuto maggiore allo sforzo militare, senza aver voce in capitolo sui tanti temi su cui la vecchia amministrazione non ha sempre dettato le regole. Sarebbe ora di trattare riguardo la presenza di basi Usa, l’imposizione di un sistema missilistico lungo il confine russo, gli equilibri di potere all’interno della NATO.
Se Obama manterrà le promesse (?) l'Europa conterà un pò di più su tante dispute con gli Usa che vanno avanti da tempo e su cui fin'ora hanno prepotentemente primeggiato e deciso per noi.
Anche l'Europa, ed in particolare l'Italia è alle prese con una recessione di queste proporzioni, la crisi e' diventata ''qualcosa di veramente globale" e con il nostro debito pubblico, oramai alle stelle, forse c'è da chiedersi "quanto possiamo trattare" e cosa.
L'unica cosa sicura è che fino a quando saranno le banche centrali a governare le nazioni, come sta succedendo, i capi di stato saranno dei semplici burattini, e il popolo dovrà subire l'arroganza dei grandi banchieri e rassegnarsi al fatto che solo gli interessi di pochi sono una priorità.
Intanto la recessione è arrivata e forse gli effetti devastanti che vedremo a breve nell'arco dell'anno, daranno a chi governa, la possibilità di acquisire ancora più potere, perchè la gente spaventata ed affamata, accetta qualsiasi soluzione.

25 gennaio 2009

DESERTEC: UNA NUOVA SPERANZA PER L'AMBIENTE?

1. Il Progetto DESERTEC
La fonte di energia di gran lunga più importante della terra sono i deserti nella fascia subtropicale. Il progetto Desertec pone tecnologia e deserti al servizio della sicurezza energetica, idrica e climatica. A tale scopo proponiamo una cooperazione tra Europa, Medio Oriente (the Middle-East) e Africa Settenrionale (North Africa) (EU-MENA) per la costruzione di centrali solari termodinamiche ed eoliche nei deserti della regione MENA. Questi impianti sono in grado di coprire il fabbisogno crescente di desalinizzazione dell’acqua marina e di produzione di elettricità in tali paesi e inoltre di generare corrente pulita che può essere trasportata in Europa mediante cavi a corrente continua ad alta tensione (HVDC High Voltage Direct Current) con perdite complessive limitate al 10-15%. Per paesi come l’Australia, la Cina, l’India e gli Stati Uniti la realizzazione del progetto DESERTEC sarebbe, per ovvie considerazioni geopolitiche, considerevolmente più semplice.

Tutte le tecnologie per la realizzazione del progetto DESERTEC sono già disponibili e, in parte, già operative da decenni. Dati satellitari telerilevati e diversi studi del Deutschen Zentrums für Luft- und Raumfahrt (DLR, l’Agenzia Spaziale Tedesca) confermano l’abbondante disponibilità di energia solare. Le condizioni dell’approvvigionamento energetico e la situazione climatica impongono la necessità di sviluppare senza indugi questo progetto, per la cui realizzazione non mancano che la volontà politica e le necessarie condizioni al contorno.

2. Il Network TREC
La Trans-Mediterranean Renewable Energy Cooperation (TREC) è stata fondata nel 2003 dal Club di Roma, l’ Hamburger Klimaschutz-Fonds e il Centro Nazionale Giordano per la Ricerca sull’Energia (NERC). TREC ha sviluppato e investigato, congiuntamente al DLR, il progetto DESERTEC. Compito del TREC è di tradurre ora in pratica questo progetto unitamente a rappresentanti della politica, dell’industria e del mondo finanziario. Per il rafforzamento di queste attività è attualmente in corso la creazione della Fondazione DESERTEC.

Una rete internazionale di scienziati, politici ed esperti nel settore delle energie rinnovabili e nel loro sviluppo costituisce il nucleo di TREC. I circa 60 membri, tra cui Sua Altezza Reale il Principe Hassan bin Talal di Giordania) svolgono, presso governi e investitori privati, un’azione di diffusione delle informazioni relative alle possibilità di utilizzazione congiunta dell’energia solare ed eolica e si fanno promotori di progetti concreti in tale settore. Network regionali s'impegnano per la diffusione di queste idee nei propri paesi.

3. Tre studi del DLR
TREC è stato fondato con la finalità di assicurare all’Europa e ai paesi della fascia del sole, rapidamente e a buon mercato, energia pulita mediante la cooperazione dei paesi dell’ EU-MENA. L’immissione dell’energia dal deserto nella rete europea, in aggiunta alle sorgenti europee di energia rinnovabile, è in grado di accelerare il processo di riduzione delle emissioni europee di CO2 e può contribuire alla sicurezza dell’approvvigionamento europeo di energia. Allo stesso tempo può assicurare, oltre al proprio approvvigionamento di energia elettrica, posti di lavoro, profitti, un miglioramento delle infrastrutture per i popoli del Medio Oriente e dell’Africa del Nord (MENA) e una fonte inesauribile di energia esente da emissioni di CO2 per la desalinizzazione.
TREC ha partecipato alla realizzazione di tre studi che hanno stimato il potenziale delle fonti rinnovabili nei paesi MENA, le necessità energetiche e idriche tra la data attuale e il 2050, nonché lo sviluppo di una rete elettrica che colleghi i paesi europei con quelli della sponda meridionale del Mediterraneo (Collegamento EU-MENA). Questi studi sono stati commissionati dal Ministero tedesco dell’Ambiente, della Protezione della Natura e della Sicurezza Nucleare (BMU) e sono stati svolti dal Centro tedesco di Ricerca Aerospaziale (DLR). Lo studio ‘MED-CSP’ è stato realizzato nel 2005, mentre lo studio ‘TRANS-CSP’ è stato completato nel 2006. Nel 2007 è stato altresì completato lo studio ‘AQUA-CSP’ sulle necessità, il potenziale e le conseguenze della desalinizzazione mediante energia solare nei paesi MENA.

Gli studi svolti dal Centro tedesco di Ricerca Aerospaziale (DLR) sulla base di dati satellitari telerilevati hanno dimostrato che centrali a energia solare termodinamica, disposte su meno del 0.3% dell’intera superficie dei deserti dell’area MENA, sarebbero in grado di generare elettricità e acqua potabile in quantità tale da coprire la domanda attuale dei paesi EU-MENA e della stessa Europa, nonché gli incrementi stimati di tale domanda nel futuro. La produzione di energia eolica è particolarmente conveniente nel Marocco e delle zone intorno al Mar Rosso, sarebbe possibile generare ulteriori forniture di energia. L’energia solare ed eolica così prodotta potrebbe essere distribuita nei paesi dell’area MENA e trasmessa in Europa attraverso linee di corrente continua ad alta tensione (High Voltage Direct Current, HVDC) con perdite limitate al 10-15%. Paesi come l’Algeria, l’Egitto, la Giordania, la Libia, il Marocco e la Tunisia hanno già dichiarato il loro interesse alla collaborazione in quest’ambito.

4. Le tecnologie
La tecnologia solare più efficiente per la produzione di energia è quella termodinamica a concentrazione (Concentrating Solar Thermal Power, CSP). In tale tecnologia è previsto l’uso di specchi per concentrare la luce solare e creare così del calore utilizzato per produrre il vapore necessario per il funzionamento delle turbine e dei generatori. Quantità di calore in eccesso rispetto alla domanda possono essere immagazzinate in serbatoi di sali fusi e utilizzate per azionare le turbine nelle ore notturne o in corrispondenza di un picco della domanda. Per garantire la continuità del servizio in caso di cielo coperto, è possibile alimentare le turbine anche con combustibili fossili o derivati dalle biomasse, senza bisogno quindi di costosi impianti di backup. Il calore residuo del processo di generazione dell’energia può essere utilizzato (in cogenerazione) per desalinizzare l’acqua marina e produrre termico di raffreddamento – sottoprodotti preziosi per il benessere delle popolazioni locali.

Le centrali a concentrazione sono da preferire a quelle più costosi fotovoltaiche in quanto sono in grado di produrre nell’arco di tutte le 24 ore. L’immissione nella rete europea di corrente fotovoltaica fluttuante dai paesi del MENA richiederebbe sistemi di pompaggio in Europa per l’immagazzinamento e quindi un maggiore quantità di linee elettriche a fronte di un numero minore di ore giornaliere d’uso.

Mediante l’uso di corrente continua ad alta tensione (HVDC), è possibile limitare le perdite di potenza legate alla trasmissione a circa 3% per 1000 km. L’intensa radiazione solare nei deserti dell’area MENA (pari al doppio di quella nell’Europa del Sud), supera ampiamente il 10-15% di perdite di trasmissione tra l’Europa e i paesi dell’area MENA. Ciò significa che le centrali solari nei deserti dell’area MENA sarebbero più economiche di quelle eventualmente costruite nell’Europa meridionale. Le fluttuazioni stagionali dell’insolazione sono inoltre sensibilmente minori nei paesi del MENA rispetto all’Europa. Benché in passato sia stato proposto l’idrogeno come vettore energetico, questa forma di trasmissione è molto meno efficiente delle linee HVDC. Le fluttuazioni stagionali dell’insolazione sono nell’area Mena sensibilmente minori che in Europa.

Le tecnologie necessarie per realizzare lo scenario DESERTEC sono già sviluppate e alcune di esse sono già impiegate da decenni. Le linee di trasmissione HVDC fino a 3 GW di capacità sono già state realizzate da ABB e Siemens da diversi anni. Nel luglio del 2007 la Siemens ha vinto una gara per la costruzione di un sistema HVDC di 5 GW System in Cina. In occasione del ‘World Energy Dialogue 2006’ di Hannover rappresentanti delle due compagnie hanno confermato che la costruzione delle linee previste dal progetto DESERTEC è, da un punto di vista tecnico, perfettamente fattibile.
Centrali solari a concentrazione solare sono già sfruttate commercialmente a Kramer Junction in California dal 1985. Altre centrali solari termodinamiche con una capacità totale di oltre 2000 MW sono già in fase di pianificazione, di costruzione o già operative. La Spagna ha creato adeguate condizioni normative, assicurando una remunerazione di circa 26 Eurocent per chilovattora immessa nella rete. Grazie alla più intensa insolazione, è possibile, nei paesi del MENA e negli USA, produrre eneregia già oggi in maniera ancora più vantaggiosa. Il DLR ha calcolato che se le centrali solari termodinamiche venissero costruite in numero elevato nei prossimi anni, il costo dell’energia solare scenderebbe a circa 4-5 EuroCent/kWh. Poiché i prezzi delle materie prime necessarie per la costruzione delle centrali solari cresce attualmente in misura inferiore a quello dei combustibili fossili, esse potrebbero diventare competitive prima del previsto. Attualmente le limitate capacità produttive limitano, in presenza di una crescente domanda internazionale, la riduzione dei prezzi.
5. Modalità di realizzazione del progetto DESERTEC
E’ già iniziata in Spagna e negli Stati Uniti la costruzione di nuove centrali a concentrazione solare (Andasol 1 & 2, Solar Tres, PS10, Nevada Solar One). Altre iniziative sono in corso in Algeria, Egitto e Marocco. Ulteriori impianti sono previsti in Giordania e in Libia. In Marocco è stata approvata una legge per l’immissione in rete dell’energia da fonti rinnovabili (in particolare dal vento). Sono iniziate discussioni a livello europeo per la costruzione di una Supergrid (Euro-Supergrid). Inoltre stanno prendendo forma i piani per la costruzione di parchi del vento offshore. L’Unione per il Mediterraneo intende realizzare un Piano Solare per il Mediterraneo e potrebbe costituire l’ambito in cui realizzare il progetto DSERTEC nella regione EU-MENA.

Per realizzare entro il 2050, in aggiunta alla copertura del fabbisogno dei paesi della regione MENA, una capacità di esportazione pari a 100 GW (la corrente generata da circa 100 centrali nucleari), sono necessai aiuti finanziari di avvio da parte statale per rendere attraente, nella fase iniziale, la costruzione di centrali e linee di trasmissione da parte di investitori pubblici e privati. Secondo le valutazioni del DLR, sarebbero sufficienti sovvenzioni statali dell’ordine di grandezza di qualche miliardi die Euro, perché lo sviluppo di centrali solari raggiunga un livello tale da essere competitivo senza ulteriori sovvenzioni entro il 2020. Alla luce dell’attuale dinamica dei prezzi di gas e petrolio e, conseguentemente, dell’elettricità, questo traguardo potrebbe essere raggiunto anche in una data anteriore.
Gli investimenti nella costruzione di centrali e linee elettriche non devono tuttavia essere necessariamente di carattere pubblico. Come è risultato evidente nella manifestazione "10,000 Solar GigaWatts" organizzata dal TREC alla Fiera di Hannover 2008 (documenti video su www.Energy1.tv ), anche banche e investitori privati a livello internazionale sono disponibili a finanziare queste opere, non appena siano state realizzate le necessarie premesse. Sono cioè necessarie e urgenti le assicurazioni di acquisto della corrente, così come, nel caso di alcuni paesi, di garanzie per il finanziamento delle immissioni della corrente in rete a prezzi opportuni per le energie rinnovabili (fino ad arrivare appunto alla cifra prevista di qualche miliardo di Euro). I paesi dell’Europa meridionale potrebbero ad esempio offrire le condizioni per l’immissione in rete previste dalla normativa tedesca (Erneuerbare Energien Einspeisegesetzes, EEG). Sarebbe altresì ipotizzabile, che le condizioni di immissione in rete siano finanziate da “Renewable Energy Credits”, sottoscritte da paesi europei per raggiungere (e possibilmente superare) gli obiettivi previsti dalle convenzioni sul clima. Naturalmente ciò non deve andare a scapito dello sviluppo delle energie rinnovabili in Europa, che costituiscono anche nello scenario TRANS-CSP 2050 una componente importante del mix energetico.
Circa l’opportunità che la produzione di energia da fonti rinnovabili debba servire al fabbisogno interno o, principalmente, all’esportazione, ciò dipenderà dalla scelta di ciascun paese: il fabbisogno interno del Marocco è tale da richiedere innanzi tutto un sistema di crediti per impianti eolici e solari. Tunisia e Algeria appaiono invece interessati all’esportazione.

Non appena i paesi dell’Europa meridionale cominciassero a importare corrente dalla regione del MENA, si avrebbero conseguenze anche per i paesi, come la Germania, che esportano attualmente energia verso l’Europa meridionale. Ci sarebbe così più energia disponibile per la stessa Germania, circostanza questa che ridurrebbe la spinta alla costruzione di centrali termiche a combustibili fossili e consentirebbe di disporre del tempo necessario allo sviluppo delle energie rinnovabili. Anche se gli stessi paesi dell’Europa centrale potrebbero importare corrente pulita dal sud utilizzando le linee esistenti, è tuttavia imperativa la costruzione di linee HVDC, in grado di limitare le perdite. Poiché la progettazione, l’approvazione e la costruzione di tali linee può richiedere molti anni, i relativi studi debbono iniziare al più presto.
Oltre a queste iniziative, TREC propone due progetti in grado di portare sollievo alle popolazioni interessate, di condurre alla risoluzione di conflitti politici e, allo stesso tempo, di contribuire alla riduzione dei costi di centrali a concentrazione solare. Entrambi i progetti sono tecnicamente fattibili, ma necessitano un sostegno economico e politico:

Gaza Solar Power & Water Project: Questo progetto prevede la costruzione di impianti a concentrazione solare (per complessivi 1 GW) per la produzione di elettricità e la desalinizzazione dell’acqua marina. Tali centrali, parte di un programma internazionale di aiuti per Gaza, potrebbero essere localizzate nella regione costiera del Sinai egiziano. Mediante un adeguato sistema di trasmissione idraulica ed elettrica, sarebbe così possibile rifornire 2-3 milioni di persone nella striscia di Gaza. Questo progetto potrebbe contribuire a migliorare le condizioni di vita delle popolazioni e a diminuire le tensioni, riducendo i conflitti regionali per l’uso dell’acqua e porre le basi per un sano sviluppo economico. L’intero investimento ammonterebbe a circa 5 miliardi di Euro.

Sana'a Solar Water Project: Questo progetto prevede la costruzione di centrali elettriche per la desalinizzazione dell’acqua marina in prossimità del Mar Rosso e di condotte idriche per la capitale dello Yemen, Sana’a, che dovrà fronteggiare l’esaurimento delle riserve idriche della falda del sottosuolo entro quindici anni circa. Questo progetto eviterebbe un disastro umanitario, permettendo inoltre di salvare un’eredità culturale di significato mondiale.
Il trasferimento di 2 milioni di persone da Sana’a in nuovi insediamenti costerebbe circa 30 miliardi di Euro, molto di più quindi dei 5 miliardi di Euro necessari alla realizzazione di questo progetto alternativo: consentire agli abitanti di Sana’a di restare nella loro città, costruendo impianti solari e acquedotti per rifornirli di acqua.

Lo scenario TRANS-CSP della DLR indica una strada percorribile. I paesi della regione EU-MENA hanno congiuntamente un potenziale più che sufficiente per un passaggio completo alle energie rinnovabili sia nella produzione di elettricità, sia nel settore della mobilità.

Entro la metà del ventunesimo secolo i paesi dell’area potrebbero aver trasformato i loro deserti in fonti inesauribili di energia pulita. Vendendo parte di tale energia ai paesi europei, essi potrebbero contribuire alla riduzione delle emissioni europee di gas ad effetto serra fino ad un livello sostenibile. Nello scenario descritto nelle relazioni del DLR appare la concreta possibilità di ridurre del 70% le emissioni di CO2 riconducibili alla produzione di elettricità, rinunciando altresì all’opzione nucleare con la prospettiva di costi decrescenti per la produzione di elettricità nel lungo periodo.

6. DOMANDE FREQUENTI
Si tratta di un nuovo sfruttamento dell’Africa da parte dell’ Europa? Quali vantaggi per la regione MENA?
E’ l’attuale situazione a costituire uno sfruttamento di gas e petrolio, mentre l’energia solare è praticamente illimitata non può quindi esserci uno sfruttamento.
La regione MENA raggiungerà entro il 2050 il livello dell’Europa e necessiterà urgentemente di Energie Rinnovabili (ER) per la produzione di elettricità e acqua potabile (come è messo in evidenza nello studio TRANS-CSP)
Sarà possibile il risparmio di combustibili fossili nella regione MENA, con il vantaggio di poterli vendere vantaggiosamente sul mercato mondiale.
Ci saranno ricavati dall’esportazione di corrente attraverso l’utilizzazione di potenziali ER non utilizzati
Creazione di posti di lavoro per forze lavoro specializzate (soprattutto nella costruzione dei collettori) destinate altrimenti all’emigrazione, Creazione di reddito, Nascita di un ceto medio.
Le conseguenze del cambiamento climatico causato dall’Europa investiranno innanzi tutto la regione MENA: è quindi corretto che l’Europa promuova l’introduzione di ER nella regione Mena
Il trasferimento tecnologico e la realizzazione di programmi di studio e di formazione per lo sviluppo di ER nella regione MENA sono esplicitamente previsti nell’ambito dell’Unione per il Mediterraneo.

Dipendenza dell’Europa da stati ed esposizione ad attentati terroristici
Il mix di energie per la produzione di elettricità dello scenario TRANS-CSP Szenarios in Europa nell’anno 2050 prevede: 65% energie rinnovabili proprie (ER), 17% importazione di elettricità di origine solare, 18% da centrali a combustibili fossili di backup e per i periodi di massimo carico Anche il guasto di tutti i cavi dalla regione MENA potrebbe essere compensato in attesa di ripararzioni tecniche o di soluzioni politiche.
Non sarà messa in opera un’unica centrale di grandissime dimensioni, bensì centinaia di centrali collegate in rete e alimentate da ER, distribuite su più continenti.
La possibilità di produrre idrogeno o caricare batterie mediante elettricità generata da energie rinnovabili, renderebbe il settore del trasporto più indipendente dai combustibili fossili in fase di esaurimento. Inoltre sarebbe possibile una maggiore utilizzazione delle biomasse nel trasporto, anziché nella produzione di elettricità.
L’energia solare è praticamente illimitata e all’aumentare delle sue applicazioni diviene più vantaggiosa (a differenza delle altre fonti) assenza di concorrenza e di conflitti per l’acquisizione di risorse regionali e presenti in quantità limitate, come petrolio, gas e uranio
Le scorte di petrolio, uranio e gas, possono essere vendute, dopo un’interruzione delle consegne a un prezzo più elevato L’interruzione delle esportazioni di elettricità genera, nel caso delle ER, mancati introiti in presenza di costi diretti per il mantenimento delle centrali e influenza negativamente i processi di desalinizzazione.
L’interruzione delle esportazioni di elettricità genera perdita di fiducia nei confronti del paese meno investimenti per il futuro minori ricavi dalle esportazioni e meno posti di lavoro.
Analogia con la UE: La dipendenza reciproca a differenza dell’autonomia genera pace e coesione.
Investitori pubblici e privati possono/debbono/vogliono partecipare alla costruzione e alla gestione di centrali e cavi
Il tempo stringe: Il cambiamento climatico e l’esplosione dei prezzi costituiscono una minaccia: centrali a ER diffuse e collegate in rete si integrano a livello internazionale.

Fonte: www.desertec.org

23 gennaio 2009

WWW.DICIAMOLATUTTA.TV



NADiRinforma presenta il nuovo appuntamento televisivo ideato e condotto dal cantautore bolognese Moreno Corelli: "Diciamola tutta" che prenderà avvio giovedì 29 gennaio 2009 alle ore 14:30 su Arcoiris Tv. La puntata zero si occuperà di autismo alla presenza di alcuni specialisti pronti a rispondere alle vostre domande, in quanto, come dice Moreno: "la trasmissione non la farò io, io ne sarò solo il moderatore, ma chi davvero condurrà sarà la gente da casa che attraverso e-mail (redazione@diciamolatutta.tv) ed sms (3661870355) porrà le domande agli esperti presenti in studio. Diciamola tutta non avrebbe motivo di esistere senza la partecipazione della gente".
Corelli intende, con il suo progetto televisivo, dare voce a tutti, in particolare a coloro che hanno sempre creduto di non potere o non sapere di essere parte. Chi lo desiderasse, previa richiesta, può partecipare alla registrazione della trasmissione presso gli studi televisi di Arcoiris Tv.
Produzione Arcoiris Bologna

Visita il sito: www.diciamolatutta.tv

22 gennaio 2009

UN APPELLO PER FERMARE L'UCCISIONE DI CIVILI INNOCENTI

Una scuola distrutta a Gaza, 19 gennaio 2009 ©AI


Da Amnesty International:

Data di pubblicazione dell'appello: 20.01.2009

Status dell'appello: attivo

AGGIORNAMENTO:

Il 17 gennaio 2009 una missione di ricerca di Amnesty International è entrata a Gaza attraverso i valico di Rafah, dove i cessate il fuoco dichiarati unilateralmente da Israele e Hamas non erano ancora rispettati.

Le forze israeliane erano ancora presenti in diverse zone della Striscia di Gaza e la mattina del 18 gennaio, missili lanciati dalle forze israeliane hanno ucciso l'undicenne Angham Rif'at al-Masri e ferito sua madre a Beit Hanoun, nel nord della Striscia di Gaza. Allo stesso tempo i gruppi armati palestinesi hanno sparato diversi razzi contro le città e i villaggi del sud di Israele, ferendo tre civili israeliani.

Colpi di artiglieria, disegnati per essere utilizzati in scenari bellici tradizionali, sono stati sparati in aree residenziali densamente abitate. I delegati di Amnesty International hanno trovato numerose abitazioni, moschee, scuole ed edifici amministrativi distrutti.

Le infrastrutture di Gaza, già debilitate dai precedenti attacchi e dagli anni di sanzioni, si trovano adesso in condizioni disperate. I black-out prolungati sono la norma, decine di migliaia di persone non hanno accesso all'acqua potabile e i liquidi di scolo si riversano all'aperto dai condotti fognari rotti.

I civili colpiti, durante le tre settimane di attacchi non hanno potuto fuggire dai bombardamenti, in un luogo sicuro. Le scuole, le strutture sanitarie e gli edifici delle Nazioni Unite sono stati ugualmente colpiti.

Sono state riscontrate prove evidenti e incontestabili dell'uso massiccio di fosforo bianco in aree densamente popolate di Gaza City e in altre zone del nord della Striscia di Gaza. Tra le zone più colpite dal fosforo bianco vi è la sede dell'Unrwa, l'agenzia dell'Onu per i rifugiati a Gaza City, attaccata dalle forze israeliane il 15 gennaio. Sempre quel giorno, ordigni impregnati di fosforo bianco hanno colpito anche l'ospedale al-Quds di Gaza City, provocando un incendio che ha costretto lo staff sanitario a evacuare i pazienti.

Preso atto delle accuse di violazioni del diritto internazionale da parte di entrambe le parti in conflitto, delle reciproche recriminazioni che potrebbero minare l'imparzialità di inchieste nazionali e del insufficiente numero di indagini condotte da Israele sulle violazioni commesse dalle sue forze, Amnesty International chiede a tutte le parti di acconsentire, e alla comunità internazionale di predisporre, una missione per l'accertamento dei fatti, immediata, esaustiva, indipendente e imparziale che conduca una indagine sulle gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale commessi durante il conflitto, in accordo ai più severi standard internazionali che regolano tali indagini e di rendere pubblici i risultati.

21 gennaio 2009

CONTRO LA CRISI PIU' EUROPA?

Nell’unico Paese in cui i cittadini sono stati chiamati a pronunciarsi riguardo al Trattato di Lisbona, hanno prevalso i NO, così è stata decretata la bocciatura per l’Unione Europea delle banche per la seconda volta, come già accadde nel 2005 dopo il voto negativo di francesi ed olandesi riguardo sulla Costituzione.
In questa delicatissima fase della crisi economica europea e mondiale, ancora si vuole far credere ai cittadini...poco informati, che si esce dalla crisi con il Totalitarismo dell'UE. Il Trattato di Lisbona è la costituzione delle Banche, per le banche, in difesa dei propri interessi e delle multinazionali. Se estrerà in vigore nessun ciddadino europeo ne trarrà beneficio, non bisogna fidarsi delle belle parole dei nostri burocrati servi delle banche, la crisi economica è stata creata dalle banche e loro vogliono dare ancora più potere a queste.
Riporto quest'articolo tratto da El Pais dove ancora una volta si leggono le affermazioni e dichiarazioni propagandistiche sul Trattato di Lisbona da cui si può ben capirte come NON hanno in mano soluzioni alla crisi, ma solo una determinazione nel voler acquisire ancora più potere. Di seguito le dichiarazioni di Joaquin Almunia.
Alba kan.

Da EL PAIS:
Contro la crisi più Europa.
I resti dell'eredità ideologica della Thatcher e Reagan sono crollati. Si inizia un periodo di maggior ruolo del settore pubblico, nell'economia e di maggior regolamentazione del sistema finanziario.
La UE deve attuare questo unita.

Joaquin Almunia 19/01/2009:
"L'anno 2009 sarà dominato dalla crisi. Ricordarlo ancora una volta non vuol trasformare la preoccupazione per ciò che ci attende in un atteggiamento pessimistico senza spazio per la speranza. In realtà, grazie alle decisioni prese nei mesi scorsi, presto la situazione può cominciare a migliorare. Il rischio del collasso finanziario è stato superato e già cominciano a migliorare alcuni indicatori nel mercato monetario. Adesso bisogna avere fiducia che i piani di sostegno al settore bancario, i ritagli degli interessi e le misure di stimolo fiscale, insieme alla discesa dei prezzi dell'energia, di altre materie prime e dell'inflazione aiutino a paliare gradualmente le conseguenze più acute della recessione. Ma non bisogna illudersi sulla grandezza del compito che ci aspetta: essendo realisti, bisogna essere consapevoli che una catastrofe come questa non potrà essere superata del tutto fino a che non siano sradicate le sue radici attraverso un insieme di riforme. Non sappiamo con rigore scientifico quando si raggiungerà nuovamente la velocità della nave a livello dell'attività economica, ma si che il futuro sarà condizionato dalla forma in cui si risponderà alla crisi. Da ciò che faremo da adesso non solo dipende il quando ma anche come se ne uscirà.
In una prospettiva a mezzo termine, non tutto sono domande e incertezze. Se qualcosa è certo a questo punto, è che ciò che rimaneva in piedi dell'eredità ideologica della Thatcher e Reagan, il loro sdegno verso i tentativi di correggere gli effetti indesiderati del laissez faire, in definitiva verso la politica, è crollata. Si inizia adesso un periodo caratterizzato per un ruolo più attivo del settore pubblico nell'economia e in modo particolare per una regolamentazione più abbondante e estensiva nel sistema finanziario.Questo dovrà essere più trasparente; la sua supervisione, più rigorosa, la coordinazione dei supervisori attraverso le frontiere, più efficaci; la gestione del rischio, più curata.
Anche se il trattamento più urgente della crisi si è centrato sui mercati finanziari, le soluzioni( devono includere una prospettiva più ampia: una cosa è correggere gli errori nella regolazione e supervisione del sistema finanziario e un'altra che ciò sia sufficiente per riuscire a recuperare l'economia in condizioni sostenibili. E questo per vari motivi. Da una parte, la pressione maggiore sulla regolamentazione dei mercati e entità finanziarie avrà come conseguenza almeno durante un periodo di tempo la diminuizione sostanziale del grado di forza di leva e un contributo più mite dalla crescita del PIL, il cui potenziale di fronte al futuro è inferiore adesso alla tendenza registrata nell' ultima decade. Dall'altra parte, le politiche macroeconomiche di ispirazione keynesiana in una prospettiva a medio termine. La politica monetaria è vicina all'esaurire la sua munizione convenzionale e le banche centali sanno che nel futuro non possono ripetere l'atteggiamento "tranquillo" che hanno mantenuto di fronte all'apparire di successive e continue bolle di sapone. Inoltre l' espansione monetaria, oggi così neccesaria, porrà rischi inflazionistici se si allunga eccessivamente. A sua volta, le finanze pubbliche stanno prendendo a loro carico un considerevole peso aggiuntivo, fin quando lo stimolo fiscale sia imprescindibile per sostenere la domanda, i governi saranno costretti a sviluppare strategie di consolidamento e sdebitamento che li collochi nuovamente in una posizione sostenibile.
Alla visione di queste restrizioni, la ricerca di motori alternativi per impulsare la crescita futura conduce verso delle politiche strutturali che dovranno giocare un ruolo rilevante come fattore per dinamicizzare e migliorare i livelli produttivi.
Dall'altra parte bisogna prestare attenzione a ciò che succede nell'offerta. Qualche pista marca l'innovatore potenziale dei settori energetici e medioambientali nella lotta contro il cambio climatico: altre aggiungono il bisogno di rinforzare politiche e strategie orizzontali; educazione qualitativa a ogni livello, aumento delle spese in I+D; finanziamento adeguato per nuove iniziative imprenditoriali; miglioramento della regolamentazione delle piccole imprese, più flessibilità nel funzionamento dei mercati dei beni, servizi e lavoro. Nella maggior parte dei casi, la sua efficacia aumenterà se si concepisce il suo disegno su scala europea, anche se non sempre si riescano a vedere le cose in questo modo dalla prospettiva degli Stati membri dell'UE, che spesso credono che i loro interessi siano difesi meglio attraverso iniziative individuali che sulla base di decisioni pensate e coordinate con i loro colleghi e con le istituzioni europee.
Cosa succederà adesso in relazione a alcune poliitche chiavi strutturali al momento di superare la crisi in modo sostenibile? La crisi del gas ha evidenziato ancora una volta il bisogno di avanzare verso una politica energetica comune. Le mancanze della rete integrata delle infrastrutture europee del gas e dell'elettricità richiedono ad alta voce una soluzione che, in un modo o in un altro, dovrà essere finanziata e sviluppata in modo coordinato a scala dell'UE. A sua volta, il ritardo accumulato dalla maggior parte dei paesi europeri di I+D può trasformarsi in endemico con conseguenze prevvedibili in termini di perdite competitive addizionali se non approfittano le economie di scala propria i progetti di dimensione comunitaria.
Il grande pacchetto di stimolo fiscale che viene ennunciato da parte della nuova Amministrazione americana si tradurrà, quasi sicuramente, nella moltiplicazione delle risorse disponibili in aiuto delle politiche dall'altra parte dell'Atlantico. Ma se l'Europa reagisce in modo dispersivo, avrà perso ancora una volta l'opportunità di raggiungere un posto tra i primi in termini di competenza e di dinamismo economico, come accade dalla seconda metà degli anni novanta. Inolte, l'UE neccesita di approfondire la costruzine di uno spazio economico integrato, nel quale le varie libertà che conformano il mercato interno libera la circolazione di persone, beni, servizi e capitali che facilitino il passo di risorse umane, finanziario e tecnologico da settori protetti dalla competenza verso settori competitivi, dalla casa verso l'industria e i servizi, da attività con un basso valore aggiunto verso settori di punta.
Ma l'EU è prima di tutto un progetto politico intorno a un insieme di valori, tra i quali include un modello sociale avanzato. Non può avere come unica divisa socioeconomica la più o meno intensità regolatoria in determinati settori o il funzionamento efficace dei mercati. Se si limita a questo, l'idea europea sarà sempre meno attraente per alcuni votanti stanchi in questo momento dalle loro aspettative lavorative o dalla sostentabilità del modello sociale. Il messaggio europeo deve essere compatibile flessibile e sicuro non solo nel mondo del lavoro. La modernizzazione dei settori non finanziari dell'economia non possono ignorare le preoccupazioni di coloro che soffrono direttamente dei cambiamenti e delle domande di coloro che richiedono più risorse per affrontarle con successo. L'economia europea deve essere aperta e conpetitiva, ma la liberalizzazione e la flessibilità devono essere accompagnate da politiche che "armino" i cittadini in modo che possano affrontare una situazione competitiva. E questa combinazione oggi non esiste nell' insieme delle politiche in mano alle istituzioni europee.
I cittadini intuiscono molto più chiaramente attraverso i suoi dirigenti che l'europa deve svolgere un ruolo molto più attivo in questo contesto. Non è questione di nuovi cambiamenti nel Trattato. Adesso che siamo quasi alla fine della ratifica del Trattato di Lisbona, bisognerebbe evitare di cadere in oscuri dibattici istituzionali. L'attivismo di Sarkozy con le sue luci ed ombre di iperprotagonismo e intergovernabilità è tornato a svegliare l'attenzione di quanto l'Europa può fare agendo unita. Credo che ci siano ragioni più che valide affinchè la proiezione dell'attuale strategia di Lisbona verso la crescita ed il lavoro oltre l'anno 201o si affronti da questa prospettiva, ambiziosa ma necessaria. Perchè ciò che è in gioco non è nient'altro che il futuro di ognuno dei nostri paesi, delle nostre economie, del nostro modello sociale, forse della democrazia così come la conosciamo.
Joaquin Almunia è commissario europeo degli affari economici e monetari.

20 gennaio 2009

UN INSULTO A 6 MILIONI DI MARTIRI



(commento alla lettera di Abrham B. Yehoshua, pubblicato dalla Stampa del 18/01/2009)

Abrham. B. Yehoshua. “Caro Gideon,
negli ultimi anni ... Quando ti pregai di spiegarmi perché Hamas continuava a spararci addosso anche dopo il nostro ritiro tu rispondesti che lo faceva perché voleva la riapertura dei valichi di frontiera..."

Hamas continua a sparare razzi anche e soprattutto perché Gaza è la più grande prigione a cielo aperto del mondo, definita nel 2007 dal sudafricano John Dugard, Special Rapporteur per i Diritti Umani in Palestina dell'ONU, "Apartheid... da sottoporre al giudizio della Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja". Perché nell'agosto del 2006 la Banca Mondiale dichiarava che "la povertà a Gaza colpisce i due terzi della popolazione", con povertà definita come un reddito di 2 dollari al giorno pro capite, che è il livello africano ufficialmente registrato. Perché appena dopo le regolari e democratiche elezioni del gennaio 2006 con Hamas vittoriosa, Israele inflisse 1 miliardo e 800 milioni di dollari di danni bombardando la rete elettrica di Gaza e lasciando più di un milione di civili senza acqua potabile. Perché nel 2007 l 'ex ministro inglese per lo Sviluppo Internazionale, Clare Short, dichiarò alla Camera dei Comuni di Londra "sono scioccata dalla chiara creazione da parte di Israele di un sistema di Apartheid, per cui i palestinesi sono rinchiusi in quattro Bantustan, circondati da un muro, e posti di blocco che ne controllano i movimenti dentro e fuori dai ghetti (sic)". Ecco perché. Perché sono 60 anni che Israele strazia i palestinesi con politiche sanguinarie, razziste e fin neonaziste.

A.B.Y. "Ti chiesi allora se ritenevi plausibile che Hamas potesse convincerci adottando un comportamento del genere o se, piuttosto, non avrebbe ottenuto il risultato contrario, e se fosse giusto riaprire le frontiere a chi proclamava apertamente di volerci sterminare."

Arafat riconobbe Israele nel 1993, agì fermamente per reprimere Hamas (come testimoniò Ami Ayalon, ex capo dei servizi segreti Shab'ak israeliani, nel 1998) e cosa ottenne? Barak, Clinton e poi Sharon lo distrussero. Hamas ha dichiarato ufficialmente nel luglio del 2006 con una lettera al Washington Post di riconoscere il diritto degli ebrei all'esistenza in Palestina fianco a fianco dei palestinesi. Nessun media italiano o europeo ha ripreso la notizia. Nessuno.

A.B.Y. "... I valichi, da allora, sono stati riaperti più volte, e richiusi dopo nuovi lanci di razzi. Sfortunatamente, però, non ti ho mai sentito proclamare con fermezza: adesso, gente di Gaza, dopo aver respinto giustamente l’occupazione israeliana, cessate il fuoco..."

Respinto l'occupazione? Sono in una gabbia che li affama, che li fa morire ai posti di blocco, che gli nega l'essenziale per vivere. Di nuovo Dugard: "A tutti gli effetti, a seguito del ritiro israeliano, Gaza è divenuta un territorio chiuso, imprigionato e ancora occupato".

A.B.Y. "Talvolta penso, con rammarico, che forse tu non provi pena per la morte dei bambini di Gaza o di Israele, ma solo per la tua coscienza. Se infatti ti stesse a cuore il loro destino giustificheresti l’attuale operazione militare, intrapresa non per sradicare Hamas da Gaza ma per far capire ai suoi seguaci (e malauguratamente, al momento, è questo l’unico modo per farglielo capire) che è ora di smetterla di sparare razzi su Israele, di immagazzinare armi in vista di una fantomatica e utopica guerra che spazzi via lo Stato ebraico e di mettere in pericolo il futuro dei loro figli in un’impresa assurda e irrealizzabile..."

Questo è il razzismo di questi assassini vestiti da colombe. Vogliono 'educare' gli 'untermenschen' arabi a frustate, "fargli capire", come usava ‘far capire' nei campi di cotone della Louisiana 200 anni fa o nel ghetto di Varsavia, pochi decenni fa. 'Fargli capire' le cose ammazzando i loro bambini? Le loro donne? Questo si chiama massacro, è un crimine contro l'umanità che viola le Convenzioni di Ginevra e i Principi di Norimberga. Questo Abrham B. Yehoshua è un mostro, e lui e i suoi colleghi non hanno appreso alcunché dal nazismo, anzi, hanno solo appreso come replicarlo.

"Oggi, per la prima volta dopo secoli di dominio ottomano, britannico, egiziano, giordano e israeliano, una parte del popolo palestinese ha ottenuto una prima, e spero non ultima, occasione per esercitare un governo pieno e indipendente su una porzione del suo territorio."

Su una porzione del suo territorio... Non c'è limite all'abominio intellettuale di questo scrittore. Gli 'untermenschen' arabi devono essere grati di poter fare la fame su un fazzoletto di terra privo di ogni sbocco economico/commerciale e che è una frazione di quel 22% delle loro terre che gli è rimasto dopo che Israele gli ha rubato il 78% a forza di massacri e pulizia etnica.

"Se intraprendesse opere di ricostruzione e di sviluppo sociale, anche secondo i principi della religione islamica, dimostrerebbe al mondo intero, e soprattutto a noi, di essere disposto a vivere in pace con chi lo circonda, libero ma responsabile delle proprie azioni..."

Come aver detto agli etiopi nel 1984: "Se imparaste a coltivare la terra invece che chiedere l'elemosina all'ONU...".
Questo Abrham B. Yehoshua è, lo ribadisco e me ne assumo la responsabilità, un mostro. Lo è in forma più disgustosa di Sharon, di Olmert, della Livni, poiché traveste la sua perfidia disumana da 'colomba'.
L'ipocrisia della tragedia israelo-palestinese è arrivata a livelli biblici di disgusto. E ricordo, per tornare in Italia, la posizione dei nostri intellettuali di sinistra, ‘colombe’ anch’essi, come esplicitata sul sito http://www.sinistraperisraele.it/home.asp?idtesto=185&idkunta=185, dove campeggia una commemorazione di Uri Grossman, figlio dell’altra ‘colomba’ israeliana di chiara fama, David Grossman, ucciso durante l’invasione israeliana del Libano del 2006. La morte di un figlio è sempre una tragedia immane, e quella morte lo è nel suo aspetto privato. Non oserei profferire parola su questo.
Ma vi è un aspetto pubblico di essa, che stride e che fa ribollire la coscienza: Uri Grossman era un soldato di un esercito invasore, criminale di guerra, oppressore da 60 anni di un intero popolo, e che in Libano ha massacrato oltre 1000 esseri umani innocenti, dopo averne massacrati 19.000 in identiche circostanze nel 1982 e molti altri nel 1978. Uri Grossman era una pedina di una impresa criminale, ma venne commemorato su tutti i media italiani, e ancora lo è sul sito dei nostri ‘intellettuali colombe’.
Dove sono le commemorazioni della montagna di Abdel, Baher, Fuad, Adnan, la cui vita spezzata a due anni, a tredici anni, a trent’anni, e senza aver mai indossato la divisa di un esercito criminale di guerra, ha lasciato il medesimo strazio e il medesimo buio di vivere di “papà, mamma, Yonatan e Ruti” Grossman? Dove sono? Dove?

"Far capire"... "malauguratamente è l'unico modo". Queste parole, Abrham B. Yehoshua, questi 'intellettuali' traditori, la difesa del sionismo e delle condotte militari di Israele dal 1948, sono un insulto a sei milioni di martiri ebrei dell'Olocausto nazista. Lo scrivo, lo dico e mi chiamo Paolo Barnard.
Paolo Barnard

19 gennaio 2009

I MISTERI DI VIA D'AMELIO



Nei giorni in cui le dichiarazioni di nuovi pentiti potrebbero portare ad una revisione del processo della strage di via D'Amelio, la prima puntata della nuova stagione di Reality , ripercorre il caso Borsellino.
Al vaglio della procura di Palermo sono infatti in questi giorni le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco del capoluogo siciliano, che avrebbe reso noto di una trattativa tra lo Stato e la mafia, di cui il padre si sarebbe fatto mediatore.
L'inchiesta di Silvia Resta parte proprio dal giallo del primo luglio del '92, giorno in cui il giudice Borsellino si sarebbe recato al Viminale dall'allora ministro dell'interno Nicola Mancino. Per la prima volta davanti alle telecamere, un faccia a faccia a distanza tra Salvatore Borsellino, fratello del giudice, e Nicola Mancino, che nega di essere mai stato a conoscenza di una negoziazione con Cosa Nostra e ribadisce: "Quel giorno ho stretto tante mani: non ricordo Borsellino, ma non escludo di poterlo aver incontrato."

VEDERE, IMMAGINARE, SENTIRE IL DOLORE ALTRUI.

Un milione e mezzo di palestinesi patiscono l’assedio nel ghetto di Gaza, nel frattempo, i politici di Israele proclamano la loro indifferenza rispetto alle sofferenze degli assediati. Questo può solo produrre più violenza.

“Nuociamo solamente agli altri quando siamo incapaci di immaginarli” ho letto in qualche libro, non so se di Todorov o di Carlos Fuentes.
La frase si riferiva a gesta lontane, come la Conquista spagnola dell’America o le guerre coloniali europee del XIX secolo, quando le crudeltà di quelle guerre, patite da popoli “inferiori”, si rivestivano con un’aura di altruismo ed eroicità: missione evangelizzatrice o apporto delle luci della civilizzazione alla loro barbarie e arretratezza.
Già Sharon formulò così un programma d’azione: “I Palestinesi devono soffrire molto di più”.

Mi torna alla memoria la frase di Marek Halter: “Ho paura per Israele e Israele mi fa paura”.
Le cose oggi sono diverse. Che si tratti di guerre d’aggressione o di guerre di presunta difesa o anche di guerre preventive, le immagini del male che queste causano ci arrivano direttamente a domicilio. In casa nostra assistiamo alle atrocità dei bombardamenti, alla morte quasi in diretta di donne e bambini, al martellamento continuo di popolazioni terrorizzate. La vista spaventosa di rovine, cadaveri, disperazione dei simili alle vittime può tuttavia essere catturata senza che immaginiamo i sentimenti di impotenza, rabbia o dolore altrui, senza metterci nei panni di coloro che soffrono.
Il rifiuto volontario o indotto del riconoscimento del male che causiamo è spesso prodotto dell’ansia, dell’orrore verso il nostro passato, di paure ancestrali della sua reiterazione nel futuro. Uccidiamo per paura, presi in una spirale di angoscia, sfiducia e impulsi aggressivi dalla quale è difficile scappare. A causa di questo lasciamo che la forza della ragione lasci il passo alla ragione della forza. Non ci sentiamo colpevoli del male che infliggiamo in funzione di quello che potrebbe abbattersi sulle nostre teste. La logica del timore/ castigo/ timore non ha fine, ma l’angoscia e la fiducia cieca nelle propria forza sono cattive consigliere.
Scrivo ciò a proposito di Gaza. Era necessaria tale esibizione di prepotenza militare per porre fine al lancio di missili artigianali a Sderot e ad altre località israeliane vicine alla striscia? L’assedio terra, mare e aria ad un milione e mezzo di persone affamate e che gridano vendetta porta ad una risoluzione del problema di sicurezza di Israele o, più presumibilmente, lo aggrava? Era l’unica opzione a disposizione dopo il mini colpo di stato di Hamas contro la screditata Autorità Palestinese, come ripetono ogni giorno i portavoce militari e governativi dello Stato ebreo? La comunità internazionale, eccezion fatta per i falconi di Bush, pensa il contrario.

Annientare, annientare e annientare non garantisce il futuro di Israele: lo rinchiude in una mentalità assediata che a lungo termine gioca contro di lui. Seminare l’odio e la brama di vendetta rinforzano, invece, Hamas, Hezbollah e i loro mentori iraniani e siriani. Non è contraddittorio addurre la legittima difesa dello Stato giudeo contro “i lupi” che lo circondano (utilizzo la terminologia di un noto analista nordamericano) e fomentare allo stesso tempo la proliferazione infinita di questi “lupi” con una politica di asfissia e distruzione di tutte le infrastrutture civili della striscia, compreso scuole, moschee, edifici amministrativi e centri di accoglienza per rifugiati delle Nazioni Unite?

Non basta vedere il danno crudele nei notiziari televisivi per mettersi nei panni del male inflitto al prossimo: a questi centinaia di migliaia di giovani della striscia, indignati per la patetica incapacità di Abbàs e la complicità nella sua disgrazia di presunti paesi fratelli, come l’Egitto di Mubarak. Qualunque osservatore straniero verificherà l’effetto inverso della ferocia che trasforma questo ghetto infame in un autentico inferno: -dalla frase di un professore, laico, riprodotta in uno dei miei servizi su Gaza del decennio passato- “ guardi i giovani dei campi. Vivono pigiati, senza lavoro, distrazioni, possibilità di emigrare né di formare una famiglia. A poco a poco sentono che muoiono essendo vivi ed il loro cuore si trasforma in bomba. E un giorno, senza avvertire nessuno, correranno con un’arma qualsiasi ad un’operazione terrorista suicida. Non gli importa morire perché già si sentono morti”- fino a quella raccolta dal corrispondente di questo giornale lo scorso giorno 5 – “ la gente appoggia più che mai Hamas perché è arrivato un punto in cui la vita e la morte son quasi lo stesso”- i fatti confermano che il Piombo Indurito non risolve niente: dilata e complica inutilmente la già complessa e ardua risoluzione del conflitto. Confesso la mia perplessità davanti ad uno sproposito come quello che, dopo la terribile frase di Sharon- “i palestinesi devono soffrire molto di più”, formulata sette anni fa a modello di programma d’azione-, un intellettuale come Abraham Yehoshua l’accetti oggi a suo modo quando, in queste stesse pagine, affermava senza vergogna che “ la capacità di sofferenza dei palestinesi è molto più grande”. Si basa su una diagnosi scientifica, su uno psicometro in grado di misurare il dolore proprio e altrui? O non sarà piuttosto riflesso di questa incapacità di immaginare la sofferenza altrui, che siano giudei, indo americani, neri o palestinesi? Un’opportuna lettura di Todorov ci toglierebbe dai dubbi.

L’annientamento di Gaza non risponde ad una strategia ben meditata: si fonda invece su una politica opportunista di rendimento elettorale di fronte alle prossime elezioni parlamentari, a costo di far svanire le ultime illusioni di coloro che, da Oslo a Annapolis, hanno creduto nella possibilità di una soluzione dialogata, sebbene smentita anno dopo anno, sul campo, nei Territori Occupati: estensione senza freno della colonizzazione, umiliazioni giornaliere degli abitanti di Gerusalemme Est e della Cisgiordania, miseria e asfissia di Gaza, soprattutto dopo il trionfo elettorale di Hamas, giudicato come movimento terrorista dal Nordamerica e da un’Unione Europea tragicamente disunita e incapace di svolgere il ruolo di mediatore credibile che le circostanze consigliano.
Il gioco di separare il presunto Stato palestinese in due entità e frammentare il territorio cisgiordano in bantustan impensabili pregiudica soprattutto lo screditato Governo di Mahmud Abbàs. Giacché l’estremismo di una parte alimenta quello dell’altra e, con la scusa di non dialogare con i terroristi- ovviando il fatto che sono stati eletti democraticamente- l’unico “Stato democratico” della regione viola giornalmente le risoluzioni dell’ONU e disprezza olimpicamente la disapprovazione quasi unanime dell’opinione pubblica internazionale.
Mi tornano alla memoria la frase di qualcuno così poco sospettoso della parzialità anti israeliana come Marek Alter dopo la sua visita ai Territori Occupati- “ho paura per Israele e Israele mi fa paura”- e le riflessioni del mio amico Jean Daniel sul paradosso storico che Israele- creato dai padri del movimento sionista con lo scopo di costituire uno Stato come gli altri- agisce dal 1967 come uno Stato diverso dagli altri, nella misura in cui si pone deliberatamente al margine della comunità internazionale che ha riconosciuto la sua esistenza 60 anni fa.

La mancanza di immaginazione rispetto al dolore dei palestinesi – la capacità etica e, in fin dei conti, umana di mettersi al loro posto- li rinchiude in un vicolo cieco: colpire sempre e sempre più duramente i nemici, tanto quelli che si rifiutano di accettare la realtà con la sua infausta retorica e insostenibili bravate- quelle di “buttare i giudei a mare”- quanto quelli che aspirano alla pace e ad un orizzonte condivisi attraverso il ritorno alla così chiamata linea verde, secondo la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Ascolto, con speranza e sollievo, la voce dei suoi intellettuali dissidenti, di quegli uomini e donne decisi a prendere le distanze dall’unanimità clamorosa che indicano i sondaggi sul successo effimero della devastatrice operazione militare nella striscia. Sono i dissidenti laici dell’uno e dell’altro schieramento coloro che difendono il ritorno alla ragione. Il loro ancora chimerico anelo di pace si basa sulla speranza di raggiungere un giorno un accordo concreto e giusto. Semplici esseri umani vengono, immaginano e sentono il male che infliggono agli altri e che non vogliono per sé stessi. Sulla linea esemplare di Edward Said, strappato con la forza alla sua infanzia palestinese, si rifiutano di mettere radici, come gli alberi nel terreno dell’oppressione. Vogliono essere il vento e l’acqua, come tutte le cose che scorrono nella costante mutevolezza del fiume di Eraclito. Che un giorno, più presto che tardi, la storia dia loro ragione!!
Juan Goytisolo.

Fonte: EL PAIS